Ci sono inizi e inizi, incipit che si ricorderanno per il resto della vita, libri che prendono vita solo in presenza di un lettore. E poi ci sono quei libri che si aprono in medias res, che quando arrivi tu lo spettacolo era irrimediabilmente già iniziato.

Illustrazione di Davide Baroni

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I romanzi di Zadie Smith appartengono alla seconda categoria: spalanchi la porta su un tentativo di suicidio in corso, un sabato afoso o «il primo giorno della mia umiliazione»; leggi un’email destinata ad altri, scopri che esiste un’ambasciata di Cambogia. Puoi anche richiudere la porta e andartene: quel mondo, quei personaggi esistevano già da prima, e continueranno a farlo senza di te.
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1.

È un pomeriggio di fine settembre, e l’Inghilterra là fuori ha i contorni sorridenti di una foto fuori fuoco ma non minacciosa: un po’ come quegli sconosciuti che conosci a una festa e vi dite che dovreste andare a bere un caffè, e poi la festa finisce e l’hangover passa e non se ne fa più nulla.

È in quel pomeriggio lì – contorni sfuocati, paese semisconosciuto – che faccio conoscenza con Zadie Smith. A posteriori, vorrei vedere in quell’incontro un qualche segno del destino, romanticizzare i motivi dietro l’acquisto del mio primo libro in Inghilterra. La verità è che, più di tutto, di On Beauty mi ha attirata la copertina.

Zadie Smith cattura e riproduce le voci (…) È ventriloquo e diapason, mischia cockney e patois, slang e frasi mutuate dalla pubblicità.

A fine febbraio dell’anno successivo scendo dall’ormai defunta East London Line al capolinea di New Cross, fra case dalle finestre murate e marciapiedi sconnessi. È comunque una tarda mattinata di sole, e da Sainsbury’s vendono le prime fragole della stagione. L’Inghilterra, nel frattempo, ha acquisito contorni tanto nitidi quanto indecifrabili, rivelando tutta una serie di tic e codici e non detti, come lo sconosciuto incontrato a una festa quando uscite a bere un caffè da sobri e scoprite di non avere nulla in comune.

Forse le cose sarebbero diverse se in quel pomeriggio di settembre avessi comprato Denti Bianchi, che di Smith è il romanzo d’esordio; forse le zone due e tre di Londra non mi apparirebbero così aliene. Qualche mese dopo mi ci trasferirò, qualche anno dopo ne riconoscerò alcuni tratti nei quartieri descritti in Denti Bianchi, benché sia ambientato all’estremo opposto (nord-ovest il libro, sud-est io). Dieci anni dopo, quella stessa fermata è un focolaio di gentrifiers, col supermercato turco e la parrucchiera afro che resistono strenuamente accanto al caffè hipster con la miscela etiope filtrata a freddo per cinquantasei ore, non un minuto di meno, e guai a te se ti azzardi a chiedere dello zucchero.
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2.

Zadie Smith scrive di Londra con l’autorevolezza innata di chi ci è nato e non deve provare nulla a nessuno. La sua Londra non ha il retrogusto suburbano che si avverte in alcuni personaggi di Hanif Kureishi, non esiste in relazione ad altro; non è una conquista, è un dato di fatto.

Parte di quella disinvoltura è data dall’apparente semplicità con cui Smith cattura e riproduce le voci, gli accenti, le inflessioni. È ventriloquo e diapason, mischia cockney e patois, slang e frasi mutuate dalla pubblicità, dai tabloid. Fa dire a una dei suoi personaggi, non senza un certo disprezzo, che un’altra sfoggia un Kilburn facelift, che a sud del Tamigi si chiama Croydon facelift e che altrove, laddove non ci si possa permettere un lifting vero, si direbbe uno chignon con i capelli tirati all’indietro così tanto da spianare tutte le rughe.

London, Heygate Estate

Londra, Heygate Estate

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Sono voci e monologhi interiori sempre mutevoli, come quelli di gran parte dei commessi di Oxford Street, capaci di passare dall’inglese sgrammaticato a quello formale e riconoscibilmente britannico a seconda dell’interlocutore. In un paese dove qualsiasi dettaglio è indicatore più o meno esplicito della classe sociale di appartenenza, un accento sbagliato non può che stridere.

Non è un caso che Tracey, amica e antagonista della narratrice in Swing Time, frequenti un corso di dizione per disfarsi del suo accento e assumerne uno più raffinato, così come non è un caso che Smith rimarchi cadenze e sfumature del parlato dei suoi personaggi: un accento neutro da BBC risulterebbe forzato nella Londra della scrittrice, sfondo e controparte ai personaggi, protagonista quanto loro e responsabile, con le sue architetture e geografie, di buona parte della loro identità. Londinesi per caso o per scelta (spesso altrui), come ne ho incrociati a migliaia eppure particolarissimi nelle loro idiosincrasie, come i quartieri che li hanno visti nascere.

Willesden, Kilburn, Kensal Green. A guardarli dal finestrino di un autobus sembrano tutti uguali, questi quartieri «a soli venti minuti di metro dal centro!». Sono i dettagli che ne svelano le peculiarità per gradi: le lettere dei cartelli che indicano le vie, i colori dei bidoni della differenziata, le tratte degli autobus, le minoranze etniche più rappresentate. Villette bifamiliari e council estates si alternano a kebab e negozi dagli ortaggi non meglio identificati, poi giri l’angolo e scopri l’austerità di case vittoriane a quattro piani: in questo Londra è sempre identica a sé stessa. È la modalità di quei cambi, il ritmo di quell’alternanza, a rendere unica ogni zona.
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3.

Parlare di Londra quando non ci si è nati significa fare sempre i conti con un mitologico prima. Prima della Brexit, prima delle Olimpiadi, prima dei riots. Prima della recessione, prima che Peckham fosse un posto dove bere cocktail ricercati. Significa confrontarsi continuamente con chi è lì da prima di te, quelli che la vera Londra – qualsiasi cosa sia – hanno fatto in tempo a vederla e sanno parlarne meglio di te.

L’Inghilterra, nel frattempo, ha acquisito contorni tanto nitidi quanto indecifrabili, rivelando tutta una serie di tic e codici e non detti.

È una Londra leggendaria, che vive nei racconti degli expat e di quelli che «trovavi lavoro in una settimana, e una stanza a Shoreditch te la tiravano dietro, e oddio ti ricordi lo squat ad Hackney senza i bagni, dove pisciavano nelle bottiglie». È un crescendo che va a sommarsi alle immagini di una Londra cliché, autobus rossi e taxi neri, ma anche Beatles e Sherlock Holmes e Jack lo Squartatore e Dickens, famiglia reale e atmosfere vittoriane, tè delle cinque e punk a King’s Road.

Ma provare a ricomporre quella città, ora, è quasi come provare a ricordarsi di come suonava una lingua prima di averla imparata. In quale momento la Londra immaginaria, fatta di foto da dépliant turistico e pezzi di cultura pop, si è infranta contro l’insistenza dei testimoni di Geova che bussano alla porta, il negozio polacco o le ossa di pollo sputate sul marciapiede? Da quanto non esiste più, quella Londra lì, che forse vive ancora solo per chi non ci è mai stato? Forse da quando mia zia ha smesso di chiedermi se avessi visto la regina.
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4.

Un tema ricorrente nei romanzi e racconti di Zadie Smith è quello del fato, inteso non tanto come predestinazione – gran parte dei suoi personaggi sono tutt’altro che epici, e quando vorrebbero esserlo falliscono sonoramente – ma proprio come caso, arbitrarietà dell’esistenza, contro cui non ci si può opporre più di tanto. L’esempio lampante sono i continui testa o croce di Archie Jones in Denti Bianchi, modus vivendi di un personaggio tutt’altro che artefice del suo destino.

Zadie Smith, Swing Time (Penguin Press)

È un tema che riemerge nei romanzi successivi: in NW, per esempio, l’amicizia fra Leah e Natalie si regge sul caso a partire dal loro primo incontro, a quattro anni, quando Natalie salva Leah dall’affogare in una piscina. È un dettaglio importante, che a Natalie – al secolo Keisha – piace ricordare: ci vede le prime tracce della sua tenacia, della voglia di crearsi un destino che la porti via dalle case popolari.

La predestinazione ritorna nel dialogo che chiude il romanzo, in cui affiorano le diverse idee di fato di Natalie e Leah, la prima convinta di essersi meritata tutto quel che ha, l’altra incredula davanti alla cecità della sorte: «non capisco perché ho questa vita […] perché quella ragazza e non noi».

È un dilemma che si ripropone, quasi identico, in Swing Time, che di NW riprende molti temi. Mentre attraversa l’Hungerford Bridge, la narratrice protagonista pensa ai due studenti aggrediti e poi scaraventati di sotto, nel fiume. Uno sopravvive, l’altro no. «Non ho mai capito come quello che è sopravvissuto sia riuscito a farcela, nell’oscurità, nel freddo assoluto, con quello shock terribile e con ancora le sue scarpe addosso». È un pensiero ricorrente, che appare anche nei ricordi della madre. Uno sopravvive, l’altro no. Perché uno e non l’altro. Una riflessione comune a tanti dei personaggi di Smith, ma che riecheggia al di fuori dalle pagine, specie a pochi giorni dall’attentato a Westminster. Perché lui e non lei. Perché loro e non noi.
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5.

Anche Swing Time, come NW, ruota attorno a un’amicizia femminile con Londra sullo sfondo, anche qui entra il gioco il caso, mettendo insieme due bambine tanto simili quanto diverse come Tracey e la protagonista. La prima è sfrontata, carismatica, con un’innata predisposizione per la danza; la seconda è una bambina timida, di cui non conosceremo il nome per le oltre quattrocento pagine del romanzo.

Entrambe figlie di una coppia mista, entrambe cresciute nei council estates, il loro è un riconoscersi immediato, addirittura ovvio: sono le uniche due bambine nere alla lezione di danza. Tracey, nonostante il talento, non riesce a sfuggire alla parabola di madre single con tre figli; la protagonista diventa l’assistente personale di Aimée, superstar all’ombra della quale spende dieci anni, dopo aver passato i primi venti in quella dell’amica.

Zadie Smith (via Flickr/Chris Boland)

Zadie Smith. via Flickr/Chris Boland

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Dicevo prima che Zadie Smith sa riprodurre perfettamente gli accenti dei suoi personaggi, dotando ciascuno di un timbro inconfondibile e passando dall’uno all’altro in modo a volte quasi erratico, alternando stili di scrittura e punti di vista, narrazione interna a onnisciente, unendo i pezzi poco alla volta. Forse questo è quel che manca alla lunga soggettiva Swing Time. Che parli di Tracey, Aimée o della madre, l’unica voce è quella della protagonista. Forse è il modo in cui Smith tenta di riscattarla: eppure, lei è consapevole di «aver sempre tentato di attaccarsi alla luce degli altri, di non saper risplendere di luce propria, di essersi sempre sentita come una specie di ombra», anche quando, come nel romanzo, è lei e solo lei che ascoltiamo.

Curiosamente, Swing Time è il libro in cui la Londra ufficiale compare più spesso: Trafalgar Square, Westminster, South Bank, la Oxo Tower, i musical del West End. È la Londra più nota e più impersonale, quasi un simulacro di sé stessa, su cui ciascuno può proiettare le narrative che vuole. È una tela connotata e al contempo bianca, è la Londra più simile alla protagonista.
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A Zadie Smith non piace la parola fine. O meglio, Zadie Smith ama i finali aperti, quelli che se fossero film, sarebbero un road movie in cui i titoli di coda appaiono mentre la macchina dei protagonisti si allontana nella luce del tramonto. Continueranno le loro vite, loro, ma noi non ne sapremo più nulla.

Sono arrivata che Londra era già iniziata. Ho fatto in tempo a vedere, fra le altre cose, un crack finanziario, un governo di coalizione e uno conservatore, un referendum per l’indipendenza scozzese, una Brexit e un attacco terroristico. Se i romanzi di Zadie Smith rispecchiano l’umore del paese, andiamo incontro a un finale incerto, deludente. Quando incontro lo sconosciuto della festa, faccio finta di non conoscerlo; la moneta di Archie Jones ha segnato di nuovo croce.

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CHIARA SÉLAVY, pseudonimo. Slasher a tempo pieno, ha scritto per Nisimazine, Cineuropa Shorts e Soft Revolution, ed è co-fondatrice del narcolettico Pearls and Pigs. Una sera d’estate Twitter le ha detto che Chiara Sélavy does not exist, e lei non è nessuno per controbattere.
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