Non ho mai trovato corretto il whitewashing che certe riviste di costume fanno nei confronti di Torino.

Torino haute couture, città dei grandi atelier, degli Agnelli e dei Bruni Tedeschi. Quasi mai Torino capitale occulta d’Europa, Torino vallis occisorum, Torino vertice del triangolo nero con Londra e San Francisco. Due gemelle che pescano l’una dal piatto dell’altra. Torino è come l’uomo di Camille Paglia: esprime senza preferenze i propri Mozart e i propri Jack lo Squartatore.

Nella maison di Patrizia Fissore - foto di Mattia Balsamini con Studio Fludd

© Mattia Balsamini + Studio Fludd

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Il punto di vista alchemico torna utile per raccontare una storia, quella di Patrizia Fissore.

As Above. Donna della Torino borghese, stilista La Perla, titolare di Tara Vintage – azienda che porta il nome del suo labrador epilettico Tara, cane educatissimo che beve solo Perrier -, Patrizia ha quattro anni quando assiste alla sua prima sfilata di Dior. Studia in una boarding school svizzera, si laurea in scenografia a Brera, attraversa la Milano da bere al fianco di Gianfranco Ferré. È l’undicesima occidentale a entrare in Cambogia.

«Io cercavo uno stage, Patrizia aveva appena litigato con la sua assistente di allora».

Scomodo a Parigi il custode della sua epica, Daniele Bellonio. Ha fatto il concept designer per Arabeschi di Latte, e prima è stato per anni l’assistente personale di Glitterin’ Patrizia. «Cerca di non darmi troppa importanza perché sono dei Pesci e poi mi monto la testa.» «Facciamola informale.»

«Ho conosciuto Patrizia a un’esposizione di vintage dove aveva uno stand. Non pensare a cosette, frequentava eventi come il Salon Vintage des Collectionneurs d’Hermès, promosso dalla maison stessa. Io cercavo uno stage, lei aveva appena litigato con la sua assistente di allora, Daniela. Ah, posso chiamarti Dani senza imparare un nuovo nome! E cominciò la nostra collaborazione».

Nella maison di Patrizia Fissore - foto di Mattia Balsamini con Studio Fludd #2

© Mattia Balsamini + Studio Fludd

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So below. Sotto la classica superficie di riservatezza e discrezione piemontese, Patrizia accumula. Negli anni mette assieme una caverna di mirabilia, una raccolta di capi e prototipi Hermès, gioielli, borse di coccodrillo. E la più vasta collezione privata di intimo in Europa. «Però non pensare fosse una macchietta. L’archivio è un imbuto di pulsioni e riflette un’identità vorace. Non è nemmeno corretto parlare di archivio, per definirsi tale dovrebbe avere delle regole. Qui ci troviamo davanti a un hoarding compulsivo quasi da Biennale di Gioni».

Quando la scorsa estate Patrizia scompare, Daniele sente l’urgenza di fermarne la memoria prima che si disgreghi, come tutte le cose umane. Incrocia Sara Maragotto, anima una e trina di Studio Fludd insieme a Matteo Baratto e Caterina Gabelli. Qualcosa si accende, si raccolgono suggestioni su disposofobie alla Dalston Anatomy: Sara contatta il fotografo pluricopertinato Mattia Balsamini e la squadra converge a Bra, nella casa che ospita l’archivio Fissore, in quella che potrebbe essere la prima puntata di Fludd & the Hoarders.

Nella maison di Patrizia Fissore - foto di Mattia Balsamini con Studio Fludd #3

© Mattia Balsamini + Studio Fludd

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È la prima volta che Fludd esce dall’autarchia sistematica e si cimenta con lo styling di oggetti che non siano nati in casa, così come è inedita la composizione a cinque che deve portarsi a casa il ritratto fotografico di una collezione gargantuesca.

Serve una linea narrativa, l’idea è stilare una lista emotiva seguendo un andamento personale, ondivago, correlabile alla scelta di oggetti che potrebbero rappresentare un espediente per parlare della psicologia della collezionista. Spostare l’attenzione dalla moda a ciò che questi oggetti rappresentavano per la loro padrona e alla sua attitudine molto poco scientifica a categorizzare.

«Non è nemmeno corretto parlare di archivio. Qui ci troviamo davanti a un hoarding compulsivo quasi da Biennale di Gioni».

Si stabiliscono degli insiemi che riassumono le vicende alla Big Fish sparse nell’esistenza di Patrizia; temi guida sviluppati su momenti precisi della vita della protagonista, ai quali far corrispondere altrettanti cluster di oggetti da fotografare.

Come Goga, Migoga e Mekong, titolo nato dalla combo di uno slang “Goga-Migoga” (che sta per “Coca e Mignotte”, ma una signora dabbene certe cose non le pronunzia) con il nome del fiume che navigò per entrare in Cambogia. Lo shooting immortala vasi orientali, maglioni Yamamoto, un cucciolo di coccodrillo impagliato.

Nella maison di Patrizia Fissore - foto di Mattia Balsamini con Studio Fludd #5
Nella maison di Patrizia Fissore - foto di Mattia Balsamini con Studio Fludd #6

© Mattia Balsamini + Studio Fludd

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Come Benjamin Britten con le variazioni e fuga su tema di Purcell, scompongo la partitura per chiarirmi il funzionamento dell’orchestra.

Maragotto presiede alla direzione artistica, draconiana e istintiva, la Wilhelm Furtwängler del set. Balsamini deve fondere la propria estetica formale con quella di Fludd e insieme trovare una storia per immagini convincente in appena due giorni di lavoro. Baratto, l’uomo che vede le cose in quanto forme, disegna il set tirando fuori volumi da vestiti fatti di niente. Gabelli si cala antistaminici e cura la scelta dei pezzi, scartando gli elementi connotati a favore di quelli più astratti: foulard, cravatte, plastiche trasparenti. Daniele Bellonio incarna la guida, l’enciclopedia umana che può mettere ordine al caos proponendo i pezzi più rappresentativi e insieme più pregiati.

Ricomposta, la partitura è una creaturina ibrida che cambia forma a seconda del verso in cui viene letta. Siamo lontani da certa retorica visiva da vetrina, quel che resta non è un insieme di foto di studio né una catalogo ragionato, ma uno strano reportage con ombre che si proiettano nitide come spettri.

Nella maison di Patrizia Fissore - foto di Mattia Balsamini con Studio Fludd #7

© Mattia Balsamini + Studio Fludd

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«Non è un servizio editoriale, non un pezzo di foto su fondo pulito, più una collezione che va interpretata visivamente», dice Balsamini. «Per questo sarà complicato forzarla all’interno di una rivista commerciale,
anche se la dimensione della storia è quella immersiva della carta stampata». Daniele ipotizza di dare al lavoro un carattere espositivo, magari per un corner nella prossima Collector Fair parigina. Studio Fludd resta possibilista, ora serve un po’ di sedimentazione.

Mattia fa i suoi giri, fa freddo, gli ambienti non possono essere riscaldati per cui tutto avviene alla temperatura con cui si conservano i prosciutti in macelleria. Prende gli ultimi scatti-ricordo di una casa in cui la presenza della padrona riempie ancora tutto: ricorda il Palazzo di Atlante dell’Orlando Furioso, quello che Calvino aveva definito «un trabocchetto, una specie di vortice che inghiotte ad uno ad uno i principali personaggi. Deserto di ciò che si cerca e popolato solo di cercatori».

Nella maison di Patrizia Fissore - foto di Mattia Balsamini con Studio Fludd #9

© Mattia Balsamini + Studio Fludd

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Daniele saluta per l’ultima volta gli oggetti. Ci starebbe bene il Dido’s Lament di Purcell, se proprio volessimo fare gli strappalacrime coerenti.

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ALFRED AGOSTINELLI ha un nome per gli studi in medicina, uno rubato alla Norvegia per i social networks, mentre qui e altrove è Alfred Agostinelli, fotografo più o meno inadeguato. Vogue Italia ha la responsabilità di aver assecondato il suo amore per la pellicola; da lì ad ora è stato tutto uno scendere nel gorgo iridato dell’editoria indipendente.
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