George Orwell dichiarava di non aver mai letto un’autobiografia,
perché non riteneva nessuno onesto fino al punto di riferire sinceramente le umiliazioni subite.

Tom Wolfe, Il Nuovo Giornalismo

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Pordenone, l’anno il 2015. La consegna di un premio alla carriera è solo il pretesto per presentare l’ultimo libro dello scrittore francese del momento. L’aria dentro il teatro è letteralmente fritta, così infornati in pochi si ricorderanno di tutto quel cianciare su Gesù e sulla conquista e la perdita di fede di cui tratta quel romanzo che romanzo non è, Il Regno.

Emmanuel Carrère presenta Propizio È Avere Ove Recarsi al Teatro Franco Parenti di Milano (foto di Federico Pevere #1)
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Per smorzare i toni, l’incontro vira sulla gestazione di una serie tv, Les Revenants. La traduttrice fa apparentemente il suo mestiere, l’autore francese in un italiano impeccabile la corregge: si tratta di soggetto, non di sceneggiatura, è una distinzione importante, dice gelido. Mi colpì molto quell’episodio secondario, mi feci l’idea di un uomo arrogante e puntiglioso, del prolungamento ideale di alcuni tratti della sua opera.

Allora non ero dell’idea che non valga la pena conoscere i propri idoli per la sciocca paura di restarne delusi, certo mi ricredetti dopo quell’incontro con Emmanuel Carrère. Solo a leggerlo sembrava già così spocchioso (e talentuoso) di suo – mi sentivo come Camillo Langone in procinto di recensirlo su Il Giornale, «Carrère si piace tanto e lo dimostra in ogni foto, in ogni riga». Troppi indizi equivocabilissimi: dalla scrittura sinuosa a quella supponenza decisamente sovraesposta, quell’io, io, io troppo affamato, quella francité tout court.

Ti viene così da pensare che Carrère dal vivo non farebbe nulla per contraddire il pregiudizio di un lettore nonostante tutto innamorato della sua opera, ma anzi sputerebbe fuoco sul fuoco con le sue moine da scrittore superstar seppur di nicchia, il maglione esistenzialista e l’elusività nelle risposte.

Il teatro Franco Parenti è pieno. Carrère ha l’andatura di uno appena tornato da un pellegrinaggio improvviso e necessario.

Questi e altri arrovellamenti accompagnano la domenica prima della presentazione milanese del suo ultimo libro, Propizio è avere ove recarsi (appena uscito per i tipi di Adelphi), raccolta sparsa di reportage nel migliore dei casi alla Gay Talese, appunti per film russi mai consumati, interviste meravigliosamente fallite, pensieri vari ed eventuali sulla sua letteratura e tanto, tantissimo altro. Insomma un’opera onnivora che sa di sintesi di una poetica dell’andare e del riferire e allo stesso tempo di punto a capo in una fase incerta della sua carriera (rimarrà nell’aria la domanda: e il prossimo libro?).

Dopotutto Carrère rappresenta quell’idea di totalità e onniscienza che poca letteratura ai giorni nostri sa incarnare, sempre in bilico tra saggio e romanzo, realtà e finzione, allo stesso tempo ombelicale e lungimirante; un modo di intendere il racconto come esperienza propria e in divenire, da vivere su ciò che rimane del proprio corpo di scrittore privilegiato e di uomo a pezzi e viceversa. Uno che vive per la storia, con la storia, nella storia, da qui l’inevitabile marchio di supponente – Carrère sempre e ovunque.

Emmanuel Carrère presenta Propizio È Avere Ove Recarsi al Teatro Franco Parenti di Milano (foto di Federico Pevere #3)
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Il teatro Franco Parenti è pieno in ogni ordine di posti – ci si accalca pure nel foyer – nonostante l’inusuale ingresso a pagamento. Andrea Bajani introduce, l’atmosfera off della Sala Grande fa il resto in questa domenica sera così accaldata. Carrère ha l’andatura di uno appena tornato da un pellegrinaggio improvviso e necessario. Le rughe troppo profonde che scendono dalla fronte e si aprono attorno alla bocca così larga gli dipingono una perenne espressione fra il sorprendersi e il perdersi, senza mai corrucciarsi.

La voce è ferma e notturna, le sciure milanesi che accalcano le prime file risultano già travolte da quel francese così misurato. Ornella Vanoni no, è stranamente silenziosa e per il momento ascolta concentrata.

Se durante le presentazioni di Limonov o de Il Regno la discussione poteva soffermarsi sui protagonisti dei suoi “romanzi” – un rivoluzionario incompreso, un dissidente invincibile – prima di virare fortissimamente su Carrère, qui non c’è nessun appiglio, la scena è tutta per lui e si viene risucchiati in un tutt’uno che sa di incestuoso: da un lato il mondo e la sua energia letteraria da modellare e rimodellare, dall’altro l’imponente presenza (fisica, morale, mitologica) dello scrittore pronto a sacrificarsi, perché è «solo una questione di equilibrio mentre ci si ripiega su se stessi frequentando mondi lontanissimi da noi stessi».

Come ha fatto durante gli anni bui («non sono uno metodico, non ho scritto per anni»), gironzolando per aule di tribunale di provincia dov’era l’unico giornalista accreditato, il solo testimone vivente di quegli omicidi trasparenti, l’unico pronto a trasformare quella macabra ordinarietà in «qualcosa di unico che partiva da me stesso. Volevo lasciare una mia traccia usando la prima persona, liberandomi dai fantasmi di Truman Capote, seppur l’amassi profondamente».

Emmanuel Carrère presenta Propizio È Avere Ove Recarsi al Teatro Franco Parenti di Milano (foto di Federico Pevere #3)
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Qual è la posizione morale da assumere in questi casi? Carrère improvvisamente e per una sola volta s’incupisce, lo sguardo dello stesso colore del completo grigio di sartoria. Luca Sofri, in primissima fila, ne approfitta invece per zoomare sulle scarpe, le descriverà così: «A concludere il suo abito troppo largo e un po’ trascurato, porta scarpe completamente inadeguate a tanto personaggio e a tanta carica».

Nel frattempo Carrère scruta con gli occhi a tendina un punto fisso tra il pubblico come se avesse individuato Hélène, la compagna presente in sala: «Le persone, o meglio le vittime mi affidano le loro storie perché sono uno scrittore e credono che io possa tirare fuori qualcosa di buono o di nuovo dalle loro esperienze. Io acconsento volentieri affidandomi poi al loro giudizio, e se risulta negativo cambio tutto». È un continuo dare e avere tra vittime di diversa tonalità. Come nel caso di Vite che non sono la mia, che ricorda come «il libro più doloroso nel momento più bello della mia vita».

In questo autoritratto atipico che alla lunga si rivela Propizio è avere ove recarsi, l’ego di Carrère emerge prepotente nel racconto Come ho completamente cannato la mia intervista con Catherine Deneuve dove a fronte di un fallimento (le domande scialbe, la conseguente svagatezza della diva) lo scrittore si reinventa «raccontando il backstage di quell’intervista sbagliata, raccontando il nulla», diventando egli stesso consapevolissimo protagonista. Un mosaico di facce a comporre il suo obiettivo finale, quello di «costruire una storia con pezzi di storia personale» paragonata ai ritratti cinesi dove «bisogna indovinare la persona partendo dalle singole caratteristiche». E per riconoscere Carrère basta poco, una riga, un’espressione.

Emmanuel Carrère presenta Propizio È Avere Ove Recarsi al Teatro Franco Parenti di Milano (foto di Federico Pevere #4)
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L’uomo Carrère non è mai cambiato, il suo corpo è rimasto sempre lo stesso, al centro della scena, immobile e fragilissimo – sia durante la presentazione, sia nella sua vita. Mentre tutti (soprattutto tutte) si accalcano sul palco alla ricerca di un autografo, mostrando fotografie in bianco e nero, ammirandolo ammaliate, toccandogli il braccio con una carezza prolungata o stringendosi il libro al petto, ripenso a quella traduzione scorretta, a quella vaga arroganza che ho frainteso, che tutti fraintendono perché nulla dello scrittore Carrère rivive nell’uomo Carrère, le due vite si (ri)compensano a vicenda, alla faccia di quelli che pensano che è vero che Carrère non fa nulla per essere arrogante, e quindi è arrogante.

«Le persone, o meglio le vittime mi affidano le loro storie». È un continuo dare e avere tra vittime di diversa tonalità.

Forse tutto nasce da un banale equivoco perché, riprendendo una sua vecchia intervista al New York Times, «la sincerità che puoi mostrare nei confronti di se stesso, non hai diritto di infliggerla a nessun altro». Una messa a nudo inedita, dopotutto come non credere ad uno che definisce il suo fare letteratura «tutto alla prima persona, menando il can per l’aia e raccontando le cose in maniera un po’ sinuosa».

Con un’aggiunta, quella sì da cogliere tra le righe: offrendo, tra tutte quelle vite raccontate, il suo corpo al lettore. E noi lettori che ci ritroviamo in un corpo a corpo e riflettiamo e ci mettiamo in fila per una dedica.

Emmanuel Carrère presenta Propizio È Avere Ove Recarsi al Teatro Franco Parenti di Milano (foto di Federico Pevere #5)

Foto di Federico Pevere per Pixarthinking

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Luca Sofri e Daria Bignardi abbandonano ciondolanti i posti a loro riservati, probabilmente già soddisfatti dall’aperitivo su invito con Roberto Calasso gran cerimoniere. I fogli con su scritto RISERVATO svolazzano via debolmente, le code ora sono due e occupano entrambe le uscite. Appena più in alto, Marco Missiroli tiene banco a cavalcioni fra due file di poltrone.

Si ha come l’impressione che Carrère stia osservando il tutto, ritraendo il backstage del suo stesso firmacopie, immagazzinando gesti impercettibili che un giorno ritroveremo. Appena fuori, i più giovani discutono, alcuni fumano, non hanno perso tempo dentro in fila. Loro non li ritroveremo.

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FEDERICO PEVERE è nato in Friuli tempo fa, ora vive in Emilia. Scrive per SentireAscoltare, Nazione Indiana, Dude Mag, Il Mucchio. Tifa Beckett. Pensiero debole tutta la vita. Mutuo quinquennale.
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