Mi sono imbattuto nel lavoro di Ren Hang alcuni anni fa su Tumblr. Un account che seguo aveva postato una sua fotografia del 2013 in cui cinque donne nude sono distese con le teste vicine, i capelli che si mescolano in un’unica macchia nera, le mani di ognuna sulle guance di quelle che le stanno accanto così che le braccia, piegate all’altezza dei gomiti, formano una strana stella a otto punte.

Ren Hang, Untitled (2013)

©Ren Hang, Untitled (2013)

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La fotografia mi ha fatto pensare a quello che scriveva Fredric Jameson delle Diamond Dust Shoes di Andy Warhol: che sembravano «inspiegabili oggetti naturali» per lo spettatore che se le trova davanti «svoltando nella sala di un museo o di una galleria». Con la differenza che per Jameson le scarpe di Warhol erano oggetti morti, inspiegabili oggetti morti. Le donne di Ren Hang invece mi sembravano oggetti inspiegabilmente vivi.

Quando pochi giorni fa ho scoperto che Ren Hang si era tolto la vita poche settimane prima di compiere trent’anni, ho capito il sentimento che mi aveva comunicato quella fotografia. La chiave di lettura me l’aveva fornita la definizione che nel suo ultimo libro Mark Fisher da di eerie, un termine che in italiano possiamo tradurre solo vagamente come “inquietante”.

Per Fisher ciò che è eerie ha a che vedere con l’agente dell’azione, deriva da una presenza dove dovrebbe esserci un’assenza o da un’assenza dove dovrebbe esserci una presenza. Ad esempio è “inquietante” il grido di un animale selvatico, perché diamo per scontato che l’animale non dovrebbe avere sentimenti (presenza dove dovrebbe esserci l’assenza); ma è inquietante anche un villaggio stranamente abbandonato (assenza dove dovrebbe esserci la presenza).

Le fotografie rappresentano quasi sempre corpi nudi, molti dei quali espliciti: ci sono erezioni, vagine, urina.

Questo cortocircuito era quello generato dalla fotografia di Ren Hang: i corpi nudi nell’immagine erano oggetti, ma oggetti stranamente vivi. L’aspetto inquietante della fotografie funzionava quindi in maniera circolare: i corpi, che supponiamo vivi, sono usati come oggetti ornamentali o greche, smembrati, la loro unità fatta a pezzi; ma raggiunto questo stadio, una volta mercificati e oggettificati, nelle fotografie di Ren Hang tornano a manifestare una vitalità che ha qualcosa di simile alla purezza. Lo stesso tipo di commento viene fatto da una delle modelle del fotografo, quando nel 2015 la troupe di Vice Giappone prende parte a una shooting session a Pechino. Le fotografie rappresentano quasi sempre corpi nudi, molti dei quali espliciti: ci sono erezioni, vagine, urina. «I suoi scatti hanno qualcosa di sporco», dice la modella «ma anche qualcosa di puro».

Tumblr, che è la quintessenza di quel tipo di approccio all’immagine postmoderno di cui scriveva Jameson (su Tumblr quasi tutto ti compare addosso «come un inspiegabile oggetto naturale» mentre stai «svoltando nelle sale» della tua wunderkammer virtuale) è forse il luogo migliore dove incontrare Ren Hang, quello che meglio inserisce il suo lavoro nel proprio tempo e, contemporaneamente, ne sottolinea l’eccezionalità.

©ren hang red dress

© Ren Hang

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Le fotografie di Ren Hang hanno qualcosa dell’estetica hipster che invade il nostro immaginario: un’assenza di filtro, come se l’occhio meccanico della macchina fotografica fosse trasparente e raccontasse una vicinanza totale tra il fotografo e i propri soggetti. E infatti i modelli di Ren Hang sono suoi amici, e il suo studio fotografico, almeno quello che vediamo nel documentario di Vice, è un appartamento di due stanze con le pareti bianche e il letto sfatto, presumibilmente l’abitazione del fotografo.

Nel documentario lui indossa shorts blu, una t-shirt bianca e sandali. Ha i capelli tagliati cortissimi, l’aria seria e gentile. Nonostante i modelli siano nudi e si lascino posare sul corpo animali esotici come iguane, cardellini o serpenti, il clima è estremamente rilassato. Quando l’intervistatore gli chiede come mai tutta quella nudità nella sua opera, lui risponde che «dovremmo celebrare la nostra esistenza». Meno di due anni dopo aver rilasciato quella dichiarazione Ren Hang si sarebbe tolto la vita, ma nella sua celebrazione dell’esistenza (è chiarissimo sentendolo parlare) non c’è traccia di ironia.

Proprio questa assenza di ironia mi ha fatto tornare in mente un autore che forse ne avrebbe apprezzato il lavoro se l’avesse conosciuto, David Foster Wallace. Wallace, che con il fotografo cinese condivideva, tra le tante cose, anche il tentativo impossibile di tenere insieme gli opposti, era stato autore nel 1993 di un saggio che aveva iniziato un discorso ventennale sulla fine dell’ironia nella cultura postmoderna, intitolato E Unibus Pluram e non per niente dedicato a un altro medium dell’immagine, la TV.

Wallace era troppo invischiato nel clima culturale del postmoderno per fare davvero quello che aveva teorizzato per primo, cioè sbarazzarsi dell’ironia. Invece l’avevano fatto i suoi seguaci: il Dave Eggers dell’Opera struggente di un formidabile genio, con i suoi continui rimandi all’onestà del racconto, o la generazione ancora successiva dei Tao Lin e dell’Alt-lit. L’aveva fatto Jennifer Egan, che ne Il tempo è un bastardo inventa addirittura una linguista che studia le parole-involucro, quei termini che «non hanno più significato senza le virgolette». Quello che è forse il personaggio più interessante del romanzo e la più grande occasione mancata dell’opera di Egan, Rolph, si suicida appena prima di compiere trent’anni. Di lui viene detto che è unmarked, privo di segno: «Il segno era ovunque. Il segno era la giovinezza».

orphanwork: Ren HANG

© Ren Hang

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Con questa idea di assenza di segno Ren Hang condivide qualcosa: il tentativo di voler dire la verità in un mondo (e attraverso un medium) che non può che apparirci come una grande bugia. In questo senso i suoi scatti sono l’opposto della hipster photography, perché disinnescano la desiderabilità dei corpi giovani ed eroticizzati, e così facendo restituiscono loro bellezza. Come nel caso di Rolph, l’impresa è condannata al fallimento: il corpo privo di segno, come Jennifer Egan ha reso chiaro nel suo romanzo, è un corpo inadatto a sopravvivere.

Per questo le fotografie di Ren Hang parlano, prima ancora che dell’assenza delle libertà personali nella Cina contemporanea, di qualcosa che tocca da vicino anche noi occidentali: del destino dei corpi giovani nell’epoca del biocapitalismo e dell’ambigua (ed erotica) dissolvenza del corpo nel non-umano. Del corpo come oggetto naturale, come parte del paesaggio cittadino, come meccanismo collettivo (nelle foto di Ren Hang spesso non si sa dove finisce il corpo dell’uno e dove comincia quello dell’altro).

Quando l’intervistatore gli chiede come mai tutta quella nudità nella sua opera, lui risponde che «dovremmo celebrare la nostra esistenza».

Parlano anche della pornografia, un altro tema che condividono con David Foster Wallace. Eppure, per quanto espliciti, i suoi scatti non sono mai davvero pornografici, nel senso che non presuppongono mai quell’oggettivazione dell’altro che permette allo spettatore di un porno di immedesimarsi con atti che nella realtà non potrebbe o non vorrebbe mai compiere.

Nelle fotografie, anche quelle più “sporche”, i soggetti esistono insieme su una superficie piatta: una ragazza nuda, un prato spazzato dal vento, un dinosauro di plastica, l’estensione vertiginosa dei palazzi di Pechino. Come se la strana configurazione geometrica composta dalle loro relazioni reciproche, per quanto apparentemente oscena, fosse semplicemente il frutto di un «inspiegabile evento naturale».

ren hang

© Ren Hang

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Poi, certo: Ren Hang era un fotografo di nudi in un paese che censura il nudo; era gay in un paese che fino a quindici anni fa considerava l’omosessualità una malattia mentale. Ed era un artista dissidente la cui opera può essere letta anche, almeno in parte, come una richiesta di libertà e trasparenza in un paese vertiginosamente diviso tra il capitalismo sfrenato e le surreali logiche di regime.

Come David Foster Wallace e Mark Fisher, Ren Hang combatteva da anni una battaglia contro la depressione; come il secondo, soprattutto, ne aveva scritto tanto: sul suo sito web c’è un’intera sezione intitolata My Depression, scritta in forma di diario. La prima annotazione è del 2008, l’ultima del settembre 2016.

Ren Hang era nato a Jilin, una provincia al confine con la Corea del Nord, nel 1987. Aveva esposto i suoi lavori a New York, Vienna, Groningen e Mosca oltre che a Pechino e Shanghai. Era anche un poeta e i suoi scritti sono tutti disponibili sul suo sito web. Le poesie del 2017 si intitolano tutte “love”. Una dice così:

We drank a lot of wine
We said a lot of words
A lot of truth
A lot of lies
Is a lie
Not a lie

In quell’opposizione impossibile da sintetizzare («è una bugia / non una bugia») potrebbe essere racchiusa tutta la sua opera.

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GIANLUCA DIDINO è nato nel 1985 in Piemonte. I suoi articoli sono stati pubblicati su IL, Studio, Nuovi Argomenti. Ha curato la rubrica VALIS sul Mucchio Selvaggio e attualmente collabora con Prismo e Doppiozero.
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