Una mattina di dieci anni fa mi sono trovata davanti all’ingresso di un rehab.

Indossavo una tuta nera, occhiali da sole e una giacca di pelle. Era una scena molto simile a quella del film 28 Days, in cui Sandra Bullock, con occhiali da sole e giacca di pelle, viene scaricata davanti all’ingresso di una clinica. Avevo visto il film qualche anno prima, a scuola, nell’ora di religione. La professoressa cercava di sensibilizzarci sul tema dell’alcolismo: Sandra Bullock, giornalista di successo, combina grossi guai al matrimonio della sorella (cade nella torta nuziale, distrugge una limousine, ecc.) e viene costretta a passare 28 giorni in una clinica per disintossicarsi da alcool e pastiglie.

Il resto è la solita routine della narrativa rehab: all’inizio sta malissimo, è scostante e vuole morire, ma piano piano si addolcisce, le persone intorno a lei si trasformano – da tediosi casi umani diventano amici teneri e sensibili -, lei ricomincia a scrivere, ritrova il suo equilibrio mentale, fa pace con la sorella e alla fine, dopo soli 28 giorni, durante un epico tramonto arancione, una jeep la riporta nel suo attico di New York.

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Un film ragionevolmente brutto che però, a quanto pare, mi aveva fatto le uova dentro: una volta lì, davanti a un vero rehab, mi ricordai di Azura Skye, che nel film interpreta una giovane eroinomane che alla fine muore di overdose (si scoprirà che il pupazzetto che qualcuno le fa recapitare in clinica – mentre tutti insieme festeggiano il termine del suo ricovero – era imbottito di eroina). Di Sandra Bullock avevo i vestiti, di Azura Skye il pallore, i capelli corvini con frangetta corta e il tipo di dipendenza.

Ma come quasi tutte le altre persone che avrei conosciuto in quel luogo, non ero una giornalista di successo e nemmeno una VIP: ero solo una NIP che aveva bisogno di essere salvata da “un tentativo di automedicazione” (così il mio psicoterapeuta) evidentemente nocivo.

I tentativi di automedicazione si evolvono a seconda della malattia e la malattia si evolve a seconda del contesto. L’eroina curava un male di vivere che oggi è meno diffuso di un tempo, offriva gestualità e risultati ormai desueti, fuori tempo, scavalcati dalla cocaina, che soddisfa richieste più attuali, garantendo alte prestazioni e favorendo la velocità.
La maggior parte dei pazienti con cui ho condiviso il ricovero, infatti, erano lì per disintossicarsi dalla coca. Ma c’erano, al mio tavolo, anche un ragazzino minorenne dipendente dai videogiochi; una ragazza anoressica che si vestiva solo di grigio chiaro; un aspirante poeta che aveva inscenato un suicidio nella speranza di diventare famoso; un giudice donna cleptomane e dipendente dalla chirurgia estetica.
Spesso si trattava di veri e propri bouquet disfunzionali: autolesionismo, bulimia, tossicodipendenza, depressione, disturbo di personalità borderline, tutti insieme appassionatamente a condividere un unico corpo estenuato da se stesso.

E poi c’è il Rehab, la clinica privata, accessibile soltanto ai pazienti più che benestanti. Quella in cui ho trascorso quasi un mese era circondata da un grande parco di betulle.

Con l’evoluzione dei tentativi di automedicazione si dovrebbero evolvere anche le cure per cercare di correggerli. Il metodo proposto dal Sert è ormai obsoleto. Se ci si rifiuta di prendere metadone e subutex (può in effetti sembrare stupido sostituire una sostanza con un’altra, per quanto gratuita) c’è la possibilità di usufruire comunque degli incontri settimanali con lo psicologo. Il mio mi invitava a parlare dei miei progetti per il futuro – che lavoro mi sarebbe piaciuto fare da grande? A che università avevo intenzione di iscrivermi? -, come se fossi una ragazza normale. Il test delle urine che dovevo fare alla fine della seduta era sempre positivo ma non veniva preso nessun provvedimento di nessun tipo.

E poi c’è il Rehab, la clinica privata, accessibile soltanto ai pazienti più che benestanti. Quella in cui ho trascorso quasi un mese era circondata da un grande parco di betulle.

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In un milione di piccoli pezzi (2003) è un romanzo di James Frey che ai tempi fece scandalo perché, scritto come un memoir, si rivelò poi in gran parte un romanzo d’invenzione. Il protagonista ha 23 anni e si sveglia moribondo su un aereo, distrutto da alcool e droghe; entra in un rehab. La scrittura è ostentatamente cruda e forsennata, lo scetticismo nei confronti dei metodi degli alcolisti anonimi analizzato con precisione, anche se poi il cammino di guarigione del ragazzo si sviluppa secondo dinamiche altrettanto semplificate (la lettura illuminante del piccolo libro del Tao, l’amore con una paziente con cui ha una relazione clandestina). Se James guarisce e supera i suoi problemi, alla fine, è solo grazie alle relazioni coi compagni di disavventura e alla forza d’animo che questi suscitano in lui. Un vero topos della narrativa rehab.

Un altro topos è l’atteggiamento inizialmente oppositivo del protagonista di turno. Nella mia clinica c’erano infermiere burbere ma affettuose, alla Whoopi Goldberg di Girl, interrupted (con Angelina Jolie nel ruolo dell’antisociale e una Winona Ryder aspirante scrittrice a cui viene diagnosticato il disturbo di personalità borderline) il cui compito, tra gli altri, era di domarci quando ci comportavamo da Angelina Jolie – in Girl, interrupted così come nei panni dell’eroinomane passionale di Gia, una donna oltre ogni limite, film tv basato sulla storia vera della top model eroinomane Gia Carangi, morta di AIDS a 26 anni. Gli psicoterapeuti e gli psichiatri erano coltissimi e intelligenti e snocciolavano frasi a effetto che ci facevano piangere, proprio come quelli dei film.
Sandra Bullock, James Frey, Angelina Jolie, Winona Ryder. Subiscono tutti la medesima trasformazione: da stronzi scontrosi a pecorelle gonfie di gratitudine.

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Il finale è sempre lieto: qualcuno non ce la fa, ma il protagonista ritorna a una vita soddisfacente, quasi normale. La narrativa rehab più pop propone personaggi addirittura eroici, che non solo superano i problemi ma si avviano verso una vita di successi.

In The Prelude Pathétique – lungo intro al video del 2011 Marry the night – Lady Gaga veste i panni di una morphine princess (così l’apostrofa l’infermiera) ricoverata in un rehab trasfigurato dalla sua memoria artistica, in cui il personale veste Calvin Klein e calza Giuseppe Zanotti. È proprio lì, ridotta uno straccio sul lettino della clinica, che Gaga decide che diventerà una star. “Sai perché?”, dice piangendo all’infermiera. “Perché non ho più niente da perdere”. Il video ce la mostra prima del crollo (Gaga riceve un brutto no da un produttore e impazzisce, forse tenta il suicidio); e il dopo il rehab: Gaga è in forma smagliante e si dimena in una sala prove di New York insieme ai suoi colleghi, che sulle prime la guardano scettici ma poi, quando lei aiuta a rialzarsi un’antipatica ballerina caduta, la incoraggiano con sorrisi di pura stima.

Un’immagine di rehab perfetta nella sua onestà e malinconia è invece la fotografia di Nan Goldin, Self-Portrait on Bridge, Golden River, Silver Hill Hospital (1998) Conneticut.
È un’immagine che combina l’autoritratto con la scoperta della natura come luogo in cui ritrovarsi e riappropriarsi di se stessi. Guido Costa, gallerista e amico di Goldin, racconta che questo scatto coincide con un momento difficile della vita della fotografa, che si trova in rehab per disintossicarsi. Quest’immagine è pura e bellissima perché, discostandosi dalla narrazione rehab dominante, parla di solitudine e silenzio e racconta un’operazione di scavo durissima, pericolosa e soprattutto reale.

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A proposito di realtà, quest’anno Amy di Asif Kapadia, un documentario sulla vita di Amy Winehouse, ha vinto l’Oscar. Il dibattito sull’efficacia dei Rehab è tornato in auge 10 anni dopo l’uscita dell’omonimo singolo, in cui la cantante cantava con ironia del suo rifiuto di farsi ricoverare.

Erano gli anni in cui Rihanna cavalcava l’onda dell’hype facendo uscire a sua volta, nel 2007, una canzone dal titolo Rehab, realizzata con Justin Timberlake e Timbaland: il senso però era diverso, la droga non c’entrava niente, era una canzone d’amore; It’s like I checked into rehab / Baby you’re my disease.
Per Rihanna si trattava di un espediente commerciale qualsiasi, per Amy – morta nel 2011 a causa di una ricaduta che ha seguito un periodo di astinenza – il tema era terribilmente autobiografico. Entrambi i brani sfruttavano il termine rehab come fosse una parola magica, garanzia di tormentone estivo.

Spesso si trattava di veri e propri bouquet disfunzionali: autolesionismo, bulimia, tossicodipendenza, depressione, disturbo di personalità borderline, tutti insieme appassionatamente a condividere un unico corpo estenuato da se stesso.

Il fascino del rehab è dovuto forse al suo potere di raggruppare su un unico palcoscenico le varie tipologie di soccombenti partoriti da un determinato tempo e luogo. Quando riesce a sfuggire eccessive semplificazioni e alla retorica moralista (tutti fanno pace, il protagonista diventa “buono”, trova l’amore, scopre il suo talento), quello del rehab è un tema in grado di racchiudere tante delle tensioni che muovono la vita umana: l’autodistruzione, la caduta e la resurrezione, la necessità di riti e regole, il contatto con la morte, la paura della vita, il potere salvifico del contatto umano, la guarigione. L’iter di un ricovero in rehab, in fondo, non è che la storia di una tragedia attuale, la rappresentazione drammatica dell’altra faccia del presente – quella disfunzionale – e degli sforzi necessari per correggerla e contenerla.

Dopo la clinica privata venni spedita in una comunità basata sul Progetto Uomo, la filosofia che sta alla base della gestione di gran parte delle comunità terapeutiche italiane e che mette il tossicodipendente al centro della sua vita, rendendolo protagonista nel suo percorso di guarigione. Come diceva la “filosofia” che a turno uno di noi leggeva prima del gruppo del mattino, dopo la colazione: “Noi siamo qui perché non abbiamo alcun rifugio soprattutto da noi stessi / Finché una persona si confronta nel cuore e negli occhi degli altri si salva. / Finché non si soffre nel dividere i propri segreti non si ha alcuna protezione contro di essi, temendo di essere conosciuti non ci si può né conoscere né conoscere gli altri, si resterà soli.”