Caro/a  ______________,

A Pixarthinking siamo un po’ stanchi di quegli articoli in cui il blog di turno chiede ad artisti/illustratori/designer di elencare 5 cose a partire da un criterio prestabilito. L’idea è di contrattaccare con una “random five” settimanale: l’artista potrà divertirsi a inventare il criterio da sé, e a far deragliare la rubrica come crede. “Cinque lattine di tonno che invece ho aperto e c’era un pavone”, “Cinque puntini di sospensione anziché tre: una proposta di decreto – a piacere. Ti andrebbe di provarci?

Sincerely,
Pixarthinking

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Gli Autogrill mi hanno sempre attratta. Sono nonluoghi rarefatti dove puoi dimenticare ogni legge fisica, come le sale d’attesa delle stazioni, come gli aeroporti o come un talk di Gianluigi Paragone. Puntualmente, esploro lo spazio e faccio tesoro di tutte quelle cose che nella vita mi sfuggono: i Grisbì con la crema pasticcera ficcata all’interno, la confezione antiatomica di TicTac alla mela verde, il best seller Dimagrire senza Fare la Dieta (ne ho tre copie). Assorta nella rassodante perdita del mio nontempo, uno sconosciuto mi urta accidentalmente, distratto dalla confezione gigante di M&M’S tutte di cioccolato al latte – che, con buona pace di Paragone, sono le preferite di tutti. Emanuele, lo sconosciuto, è d’accordo, e mi spiega che scampare il rischio di addentare un confetto ripieno di burro di arachidi avendo già pregustato mentalmente il cioccolato al latte è qualcosa di estremamente attraente. E qui sono d’accordo io. E’ un 25 febbraio e ho avuto l’ennesima prova che l’Autogrill è un nonluogo potenzialmente compromettente. 

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Scopro che Emanuele è un fumettista, fotografo, speaker radiofonico, operatore culturale (non so cosa vuol dire). I suoi fumetti mi piacciono perché, al di là dell’equilibrio tra testi, disegni e colori, raccontano la Vita Vera, con gli imbarazzi, le reazioni avventate, i problemi relazionali e gli impedimenti quotidiani. Gli propongo una Random perché ormai è un riflesso incondizionato: ora il suo impedimento quotidiano sono io. Prego, Emanuele.

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Intro.

Non so come funzioni per gli altri che scrivono storie, che siano romanzi, fumetti, o sceneggiature, so che per quanto mi riguarda di solito parto da un’idea forte, un nucleo narrativo che poi svilupperò fino ad arrivare a una sceneggiatura dettagliata, comprensiva di dialoghi e indicazioni di regia, prima di mettermi a disegnare. C’è un però. Ci sono tutte quelle volte in cui il mio costante monologo interiore, fatto spesso di interviste perfette che nessuno nella realtà mi farà mai, partorisce singole immagini, metafore, similitudini, battute di dialogo che mi colpiscono forte, che mi trascrivo poi in un documento di testo intitolato molto banalmente “spunti”, fiducioso che un giorno si presenterà l’occasione di usarle. Perché della narrazione non si butta via niente, come il maiale (no, non è vero, si butta via un sacco di roba). Le cinque frasi qua sotto non sono ancora riuscito a incastrarle da nessuna parte, ma sono certo che arriverà il loro momento.

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5 FRASI CHE NON SONO ANCORA MAI RIUSCITO A USARE IN UN FUMETTO. PUR VOLENDOLO MOLTO. di Emanuele Rosso

 

– Mi fidavo di lei al punto che se me l’avesse chiesto avrei lasciato che mi leccasse le pupille.

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Devo spiegare un’immagine? Si spiega da sola. Vi siete mai fatti leccare una pupilla da qualcuno? Ve la siete leccati da sola? Io con la lingua non mi tocco neppure la punta del naso. È un’esperienza spaventosa ma molto intensa. L’ho provata. E sì, ci vuole un po’ di fiducia. Se volete fare l’esperimento, credo abbia più senso chiederlo al vostro partner piuttosto che a un amico. Può essere anche un po’ erotico. Sfido io a farsi leccare le pupille da uno sconosciuto. Nel caso, assicuratevi prima che non abbia mangiato piccante.

Non è che la vita è una scatola di cioccolatini, che non sai mai quello che ti capita, ma piuttosto una confezione di biscotti, che comunque vada qualcuno rotto all’interno ci sarà sempre.

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Io faccio sempre colazione con caffelatte e biscotti. I miei biscotti preferiti sono le Gocciole. Secondo me sono il biscotto perfetto per il caffelatte, hanno una capacità unica di trattenere il caffelatte senza sfaldarsi, e contengono la percentuale perfetta di cioccolato. Non sono mai e poi mai riuscito a godermi una confezione di Gocciole in cui i biscotti fossero tutti, e dico tutti, interi. Mi chiedo spesso se almeno dalla fabbrica di biscotti escono interi. Forse dovrei chiedere di fare una visita, e farmi regalare una confezione appena sigillata, per verificare.

– Era impossibile. Decisamente impossibile. Come schiacciarsi il cranio con le proprie mani.

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Avete mai provato a schiacciarvi il cranio con le vostre stesse mani? Provate pure. Non ce la farete. Ci sono di sicuro sistemi più furbi e meno dispendiosi per tentare il suicidio. Piuttosto, è fisicamente possibile? Io credo di no. Ho cercato informazioni in rete, ma non sono riuscito a trovare cronache – nere – a riguardo. Avremmo innanzitutto la forza per farlo? O forse il nostro istinto di sopravvivenza ha predisposto una sorta di blocco mentale che ci impedisce di imprimere la forza sufficiente ai nostri arti superiori?

– Non restava che appellarsi al paradosso di Parrondo, secondo cui una combinazione di strategie perdenti può trasformarsi in una strategia vincente.

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Stavo cazzeggiando su Wikipedia, leggendomi un po’ di pagine sulla famosa teoria matematica dei giochi (mai giudicare come cazzeggia la gente. Esiste la libertà di cazzeggio), quando mi sono imbattuto nel paradosso di Parrondo. Parrondo è un fisico spagnolo, e nel 1996 ha scoperto questo paradosso, che in realtà ha una spiegazione complicatissima che non sono in grado di dare. Però ridotto a questa generalizzazione estrema acquisisce una valenza metaforica molto utile da applicare nella vita, quando ci rendiamo conto di aver fatto degli errori. È un paradosso che dà speranza a tutti noi perdenti, o forse è solo l’ennesima bugia che ci raccontiamo.

– “Questa conversazione si sta facendo pericolosa.”
– “Tutte le conversazioni dovrebbero esserlo.”

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Lo so, questa non è una frase. Sono due battute di dialogo. Cinque frasi dovevano essere, solo cinque, e sono riuscito a non rispettare l’unica regola che dovevo impormi. Una delle cose che più mi piace nello scrivere fumetti è dare vita ai dialoghi tra personaggi. Solo che poi cerco di fare sempre dei dialoghi che suonino veri, reali, compresi di pause, ripetizioni, frasi mozzate, discorsi che si avvitano su se stessi. E in questi dialoghi, quelli veri o che suonano tali intendo, le frasi a effetto non ci sono mai. Ci vengono in mente sempre dopo. E dopo è troppo tardi. È il famoso “esprit de l’escalier” coniato da Diderot. Ecco, questo è quasi un metadialogo, però racconta come vorrei che fossero i dialoghi tra la gente, nella realtà e nelle finzioni narrative, cioè qualcosa in grado sempre di far traballare il nostro baricentro.

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Per visitare i nonluoghi di Emanuele, con tutti gli spunti sopravvissuti alla schiusa, provate qui e qui.