Caro/a  ______________,

A Pixarthinking siamo un po’ stanchi di quegli articoli in cui il blog di turno chiede ad artisti/illustratori/designer di elencare 5 cose a partire da un criterio prestabilito. L’idea è di contrattaccare con una “random five” settimanale: l’artista potrà divertirsi a inventare il criterio da sé, e a far deragliare la rubrica come crede. “Cinque graffiti volgari oggettivamente superiori a qualsiasi cosa abbia prodotto Banksy”, “Cinque dessert al cucchiaio che ho mangiato guardando il mondo bruciare” – a piacere. Ti andrebbe di provarci?

Sincerely,
Pixarthinking

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Con Claudio si è fortemente tentati di fare della psicologia d’accatto. Claudio è siciliano, di un’insularità abbracciata, sublimata; studia medicina, e ogni uomo è un’isola e probabilmente ancor più se ci guardi dentro; e però è anche fotografo, di uno sguardo che quindi preme per uscire e lo fa con la violenza d’un getto di acqua corrente su cui si sia applicato un pollice, che bella la psicologia d’accatto, suona bene e si scrive praticamente da sola.

Tra l’altro: che fine hanno fatto i Crepet, i Morelli? Quei tizi stavano ovunque. Probabile l’introspezione non tiri più, neanche in forma simulata. Non sarò certo io a lamentarmi.

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Centro accoglienza per minori, Sicilia 2014 (Claudio Majorana)

Claudio è anche uno skater – c’è questo suo progetto, Head of the Lion, per cui ha seguito per anni imprese pubbliche e vita privata di un gruppo di giovanissimi skater di un paesino siciliano – ma non fingerò di sapere qualcosa sullo skate. Figuriamoci, già mi affatica l’idea di un monopattino.
Questa è la Random di Claudio. Prossima settimana: Cinque hobby cui ora posso dedicare molto tempo, di Raffaele Morelli.

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Intro.

Quando mi è stato chiesto di partecipare a questa rubrica ho immediatamente dato per scontato che si sarebbe trattato di fotografie. Sono immagini di varia origine che porto dentro, non scattate da me, ma che di me parlano in un modo o nell’altro.

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5 IMMAGINI CHE NON HO DIMENTICATO, di Claudio Majorana

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1. ROBERT CAPA: Pastore siciliano mostra a un soldato americano la via di fuga dei tedeschi (Agosto 1943).

Era una delle foto del mio libro di storia alle elementari. La ricordo bene, l’immagine era stampata in formato molto piccolo, circa 4 cm per 6. Per me, la cosa più incredibile era la differenza fisica tra i due soggetti. La guardavo spessissimo e, quando potevo, la mostravo ad amici e parenti. Tanti anni dopo, durante il secondo anno di medicina, chiesi il permesso a un professore dell’Accademia di Belle Arti di seguire il suo corso di fotografia. Non fece molte lezioni, ma ricordo che ci mostrò il libro In Our Time – The world as seen by Magnum photographers. Mi ritornò in mente Capa e la sua fotografia. Nei mesi successivi raccolsi un po’ di soldi e comprai il libro, scoprii di più su Magnum e iniziai a farmi un’idea del tipo di fotografia che mi piaceva.
L’anno scorso ho visto per la prima volta esposta la fotografia di Capa in occasione della sua mostra qui in Sicilia, a Troina, non lontano da dove la foto fu scattata. Ho quasi pianto.

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2. LUKE ODGEN (Insane Terrain, Thrasher Magazine).

Questa fotografia è tratta dal libro Insane Terrain di Thrasher Magazine. Ritrae un gruppo di skaters in California di ritorno dal Glory Hole, uno dei più famosi full pipe, i condotti di scorrimento dell’acqua utilizzati dagli skaters sin dalla fine degli anni 60. Spesso non era semplice trovarli; in questo caso fu necessario un gommoncino per attraversare il corso d’acqua. Per me è l’immagine che riassume gli anni dello skateboarding e tutte le fatiche fatte per portare a casa un trick. Le amicizie, le difficoltà e la precarietà delle situazioni in cui ci siamo messi da skaters per riuscire ad arrivare da qualche parte. Ma anche le speranza e tutto quello che lo skateboarding ci ha insegnato. Provare finché non riesci.
La fotografia è di Luke Odgen. Una delle cose che mi piace di più è che il gommone sia appena sufficiente per trasportare i due skaters senza imbarcare acqua. Qualche settimana fa ne ho comprato uno uguale. Servirà per scattare una fotografia di una parte della mia città vista dal mare.

3. JIM GOLDBERG (Raised by Wolves).

È una foto dalle prime pagine del libro Raised by Wolves. Una delle immagini con cui Jim Goldberg inizia a raccontarci la storia di Echo e Tweeky Dave, due teenagers americani scappati da casa alla fine degli anni ’80. Goldberg li seguirà per anni nelle strade di San Francisco e Los Angeles, raccontando la loro vita. È tra i miei libri preferiti insieme ad Imperial Courts di Dana Lixemberg.
Qualche mese fa, conversando con un nuovo amico giapponese, si parlava di come in fotografia si possa avere uno stile il più personale possibile. La sua risposta alla mia domanda è stata Devi essere sincero. Dieci anni fa, quando ho messo il primo rullino in una macchina fotografica con l’intenzione di imparare a fotografare, avrei stentato a capire il nesso tra sincerità e fotografia. Oggi quella frase è uno spunto di riflessione importante, e mi rasserena ogni volta che vado a fotografare chiedendomi troppo insistentemente se riuscirò o meno a trasmettere con le immagini quello che vedo e che sento.

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4. PARIS TEXAS, Wim Wenders.

Paris, Texas è il film che rivedrei adesso e in ogni momento. La prima volta che l’ho visto vivevo a Messina in un monolocale abusivo, ricavato dal pianerottolo di una palazzina ai margini della facoltà di medicina. La casa era gelida perchè le pareti erano fatte di una sorta di alluminio senza alcuna coibentazione. Le uniche cose calde erano la cena, la coperta e tutti i film che vedevo. Quello che ho scelto è un fotogramma della scena in cui Travis rincontra sua moglie dopo tanto tempo. Sono in un peep show di Houston e Jane non capisce subito che si tratta di lui. Separati da un vetro parlano tramite un interfono. Travis le racconta una storia, quella della loro vita quando erano ancora una coppia.
Parlando del film, Wenders ha detto: “Non sono il primo a constatare che si fanno sempre gli stessi film. Forse lo si vede meglio nei film degli altri. L’ho notato nei film di Ford o Ozu, lo si vede nei film di Hitchcock. (…) Credi sempre di fare qualcosa di nuovo, ma soprattutto in questo caso, dato che ho rivisto tutti i miei film per trasformarli in DVD, non posso fare a meno di notare che racconto sempre la stessa storia, con delle variazioni, ovviamente. E questa storia credo sia quella di una persona che, come me, è nata in Germania tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50. È la storia di una persona nata in un luogo troppo piccolo per lui e che io ho voluto lasciare non appena ho avuto l’età per camminare.”

E così vedendo questo film e rileggendo Wenders, ripenso alle parole di Gesualdo Bufalino sulla mia isola: “Capire la Sicilia significa dunque per un siciliano capire se stesso, assolversi o condannarsi. Ma significa, insieme, definire il dissidio fondamentale che ci travaglia, l’oscillazione tra claustrofobia e claustrofilia, fra odio e amor di clausura, secondo che ci tenti l’espatrio o ci lusinghi l’intimità di una tana, la seduzione di vivere la vita con un vizio solitario. L’insularità, voglio dire, non è una segregazione solo geografica, ma se ne porta dietro altre: della provincia, della famiglia, della stanza, del proprio cuore. Da qui il nostro orgoglio, la diffidenza, il pudore; e il senso di essere diversi.”

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5. IO E PAPÀ.

Siamo alla fine di questa rubrica. Concludo con questa fotografia che è appesa sopra la mia scrivania. Io e mio papà fotografati da mia mamma, anni fa. Mi piace perchè racconta un po’ di noi. Pensierosi e riflessivi per natura, e anche molto legati. Papà è uno dei pochi che, fin da subito, ha creduto che fare il fotografo e il medico non fosse impossibile. E io ci credo ancora.

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Qui e qui trovate Claudio. Qui un intervento di Paolo Crepet con un bellissimo titolo.