In Oxford Street c’è una filiale di American Apparel tappezzata di adesivi chiassosi con la dicitura Saldi per chiusura definitiva; annunci tipici di un negozio che vende tazze con la foto della regina, lontani dallo stile austero ma allo stesso tempo ottomano della famosa catena di abbigliamento.

Il sito inglese di American Apparel oggi.

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Ormai in crisi per traversie interne e per un’oggettiva crisi delle vendite, il marchio ha rinunciato al suo avamposto britannico, ha disattivato il sito UK e quando ci sono stata persino la radio era spenta: quel giorno c’erano solo commesse che riempivano scatoloni. In quell’ambiente spoglio, i vestiti sembravano scarti del Postalmarket e di Bon Prix, con le rifiniture grezze e le cuciture sbagliate. Uscendo dal negozio senza comprare niente, ho pensato che una certa stagione della mia vita segnata dal revival era davvero finita.

Sono passati diversi anni dall’uscita di Retromania di Simon Reynolds e What was the hipster di n+1, e nessuno ha più voglia di parlarne. I locali con gli interni di pizzerie anni settanta, i vinili nel frigorifero e le barbe sono cose ormai trasparenti, prive di connotazione.

Portato alle estreme conseguenze, il feticismo della normalità genera una nuova forma di invisibilità e pacatezza.

Forse la retorica del post non funziona ovunque – la società post-razziale e quella post-identitaria sono tutte da dimostrare – ma la nostra vita post-ironica è vera a tutti gli effetti: l’obbligo di essere sempre cinici, ben vestiti e brillanti ha perso. E anche la retromania non serve più: quando la nostalgia permea tutto, la nostalgia non esiste. Il normcore, salutato dai più come il suicidio di massa degli hipster, ha effettivamente velocizzato alcuni processi: portato alle estreme conseguenze, il feticismo della normalità genera una nuova forma di invisibilità e pacatezza. A un certo punto, il normcore diventa solo normale.

Mancava un film che sancisse tutte queste cose senza parlarne, poi Jim Jarmusch ha fatto Paterson. E forse non è un caso che per ottenere il suo elogio dell’empatia e della vita tranquilla abbia utilizzato (e umanizzato) uno degli attori icona di quegli anni di ironia e di vestiti da telenovela anni Ottanta, l’Adam Driver di Girls.

Adam Driver in Paterson. © Mary Cybulski / Amazon Studios & Bleecker Street

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Il film parla di un aspirante poeta di nome Paterson che fa l’autista di autobus a Paterson, in New Jersey. Allo spettatore l’omonimia tra personaggio e città non sembra una scelta strana o intelligente: Paterson si chiama così perché il posto in cui vive – la fibra della sua esistenza e della sua poesia – si chiama così. E a differenza di altri cittadini illustri le cui fotografie ingiallite spuntano sulla parete del bar locale (l’anarchico Gaetano Bresci. Allen Ginsberg), lui celebra Paterson con la sua stessa esistenza e la esalta mentre cammina per andare al lavoro, componendo strofe senza rima nella sua testa.

Paterson è anche il nome di un famosissimo canto di William Carlos Williams che il protagonista del film porta spesso con sé, o rilegge con devozione nel suo scantinato pieno di libri. William Carlos Williams era un medico pediatra e il pittore Dubuffet teneva traccia del meteo sulla Torre Eiffel; il personaggio di Driver cita le carriere banali di grandi artisti in uno slancio di modesta identificazione.

Le sue poesie appaiono in sovrimpressione scritte in corsivo (un dettaglio che all’inizio appare quasi patetico nella sua innocenza) e sono ispirate a scatole di fiammiferi blu ammirevoli per la qualità della confezione e della fiamma, sono meditazioni sul tempo e sulla crescita, ma soprattutto sono poesie d’amore, dedicate con ostinazione alla moglie Laura.

Mentre Paterson scorrazza la gente con l’autobus, Laura fa la casalinga creativa: si veste solo di bianco e di nero, dipinge cerchi e ritratti discutibili del suo cane (quasi sempre in bianco e nero), suona la chitarra e cucina cupcake da vendere al mercato nel fine settimana.

Golshifteh Farahani. © Mary Cybulski / Amazon Studios & Bleecker Street

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È una ragazza adorabile, mai smielata: a differenza della manic pixie girl portata al successo da Zooey Deschanel (anche lei è un relitto del passato), Laura è un’artista contenuta in se stessa, un po’ ingenua ma anche caratterizzata da straordinari egoismi. In fondo non porta mai fuori il cane, prepara cene a sorpresa che piacciono più a lei che al marito, e se insiste affinché Paterson pubblichi le sue poesie è perché la cosa sarebbe più funzionale alla sua identità che non a quella di lui.

Viene spesso il dubbio che i due non comunichino se non con il corpo; ma la tenerezza e la maturità del rapporto viene svelata da piccole cose: dal modo in cui Paterson prende in giro l’ignoranza di Laura chiamando il suo poeta preferito Carlos William Carlos per farla ridere, dal modo in cui lei accetta che lui non abbia un cellulare. L’unica apparente tragedia nell’esistenza di un autista poeta è quando si rompe l’autobus mentre è in servizio e deve chiedere un telefono in prestito a una ragazzina per chiamare i soccorsi. Lei accetta la vita analogica del marito, lui accetta che lei voglia fare la musicista, forse a Nashville.

Pensare a Wes Anderson è inevitabile, e forse Jarmusch vuole portare lo spettatore proprio lì. Ma le sue simmetrie sono l’opposto.

Con queste premesse, il rischio di affettazione era altissimo. La vita di Paterson è circolare (si sveglia quasi alla stessa ora ogni giorno, beve tutte le sere nello stesso posto), e Laura non fa che decorare casa con motivi ripetitivi: pensare a Wes Anderson è inevitabile, e forse Jarmusch vuole portare lo spettatore proprio lì. Ma le sue simmetrie sono l’opposto: banali, ma non in modo particolarmente bello.

Non ricordo quando è stata l’ultima volta che ho assistito a un’opera così delicata, più intelligente dei suoi problemi. Ho cercato di convincermi che almeno la colonna sonora composta da Sqürl fosse troppo magniloquente (mentre in Only Lovers Left Alive aveva funzionato benissimo), ma anche la musica fa capire che la naturalezza del film è un prodotto derivato della sua teatralità.

I discorsi che Paterson origlia sul bus e le persone che incontra al bar sono spesso sopra le righe, ma possibili proprio per quello. C’è un tizio che declama la fine del proprio amore senza alcun senso ridicolo (chi non ha un amico del genere), due adolescenti che parlano di anarchia sul bus come se avessero inventato loro la controcultura; durante una passeggiata, Paterson incontra un rapper che recita versi in una lavanderia a gettoni e che forse è un poeta davvero.

Only Lovers Left Alive. Via Facebook

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Come in Only Lovers Left Alive, anche in Paterson ci sono tante inquadrature di libri. Ma se il vampiro depresso di Jarmusch usava i libri per sfoggiare la propria erudizione e sopravvivere a una vita e a un amore millenari, Paterson rilegge le stesse poesie di Frank O’Hara e Luc Sante nella ciclicità dei suoi giorni, scoprendo qualcosa di nuovo ogni volta, e la ripetizione invece di annichilirlo lo consola.

Collocando i suoi vampiri a Detroit e a Tangeri, Jarmusch prendeva posizione sul declino nostalgico della cultura occidentale suggerendo che l’Oriente poteva essere una via di uscita, un modo per rigenerare la creatività artistica e letteraria dell’Impero. Questa volta invece torna a casa e spiega la frontiera banale dell’America, correndo il rischio di sembrare un conservatore: la poesia americana degli ultimi anni è stata soprattutto civica e ha parlato più di guerre che di amore e cascate, ma Paterson – nonostante un passato militare intuibile da una foto in divisa – non parla di ferite evidenti. Parla della sua routine working class, parola che sembra infetta dopo l’elezione di Trump.

Le poesie di Paterson non fanno una buona fine, ed è disorientante vedere un film che lavora così intensamente sulla scrittura senza l’ossessione della pubblicazione: mentre sua moglie ha nervi, energia e ambizione; lui anticipa sempre la soglia della notorietà, e in tutto il film non si capisce se è per paura o per un educato senso del limite.

Quando verso il finale un incontro casuale lo rimette nelle condizioni di scrivere, Paterson torna a farlo e compone il verso più veritiero del film: lui è la sigaretta, sua moglie la miccia, o forse è il contrario. Un poeta può usare un fiammifero per accendere la sigaretta della donna che ama per la prima volta, e da quel momento non sarà più lo stesso.

© Mary Cybulski / Amazon Studios & Bleecker Street

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Forse Paterson esploderà e diventerà famoso a cinquant’anni, forse non lo farà mai. Ma se Ben Lerner dice che la poesia è l’arte del disastro o del sublime, l’ex aspirante letterato Jim Jarmusch sostiene che la poesia è ancora prima l’arte del vivere. Non è una posizione molto lontana da quella che ha difeso Karl Ove Knausgård nelle oltre tremila pagine di My struggle: non si sa se Jarmusch lo abbia letto o meno, ma nel film viene quantomeno il dubbio. In fondo, lavorano entrambi sulla bellezza del nulla.

Guardando Paterson mi è tornato in mente un vecchio saggio sull’arte e la saccarina di Leslie Jamison, in cui difendeva certi film che fanno piangere al cinema, anche quando le lacrime arrivano in maniera facile. La cultura occidentale nutre sospetto per la bellezza ottenuta senza sforzo, esattamente come per la saccarina che dà lo shock dello zucchero senza esserlo. Ma si può imparare qualcosa senza soffrire? Commuovendomi durante Paterson ho rinnovato un’insopportabile complicità con questo tipo di film? Ho negato lo scopo dell’arte che deve sempre sfasciare le cose?

Ci ho pensato un po’, poi sono uscita dalla sala e mi sono detta che anche la medietà dell’esistenza ha vinto. E mi sono sentita benissimo.

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CLAUDIA DURASTANTI, scrittrice e traduttrice nata a Brooklyn nel 1984. Ha scritto di musica e libri per Il Mucchio e altre testate. Ha tradotto Il fantasma del sabato sera (minimum fax 2012) e il romanzo d’esordio di Nickolas Butler, Shotgun Lovesongs (Marsilio 2015). Il suo ultimo libro è Cleopatra va in prigione (minimum fax 2016). Vive a Londra.
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