Sono immagini che impattano al ralenti sul cervello e lo lasciano a pezzi. Riempite di colori forti, impilano e comprimono anni su anni per giungere in una manciata di minuti scarsi a un punto di non ritorno. «È un ragazzino cattivo, cos’ha che non va?».

Dan Stevens in Legion (Marvel Entertainment)

Dan Stevens in Legion. Screengrab Marvel Entertainment/Youtube

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L’occhio si è fatto travolgere, lo spettatore è conquistato. Sono i primi due minuti di Legion, la nuova serie FX ispirata all’atipico supereroe Marvel, David Haller, ennesimo tentativo riuscito di rivoluzionare il format.

Il dito scorre tra le prime, melvilliane righe di Prima di Cadere (Einaudi, 2017). Sono pagine lente, grondano di gesta omeriche e soliloqui esistenziali. Un uomo, Scott Burroughs, e un bambino che riemergono dalle onde dopo un disastro aereo (di quale natura?) e cominciano a nuotare lasciandosi orientare dalle stelle. Non succede quasi nulla, annaspano tra il silenzio, respirano, cercano di non morire: un niente che è tutto in un oceano di notte. La natura e l’uomo silenziati, l’arte della sopravvivenza concentrata in quindici pagine fino al definitivo e preveggente: «è un mammifero di terra alla deriva in mare aperto».

Cos’altro era Fargo se non un racconto di George Sanders? «Prima di Cadere» è un thriller che non sa di esserlo.

Avvicinarsi contemporaneamente a due opere dello stesso autore è gratificante. Si da una forma propria alla sua idea di mondo, si rende la sua storia un cerchio, ci si sente dei giovani collezionisti. Se i formati sono diversi, però, si rischia il cortocircuito massmediale. In Prima di Cadere la voce narrante si chiede: «come descrivere le cose che vediamo sullo schermo, le esperienze che abbiamo ma non viviamo in prima persona? Come separiamo queste cose nel nostro cervello quando l’esperienza di guardarle è identica?». Noah Hawley, già autore della serie tv Fargo (ad aprile ci sarà la terza stagione) e ora pronto a saturare il mercato italiano con Legion e con Prima di Cadere, appunto, in questo ha qualcosa di rinascimentale – perché mette d’accordo tutti.

Noah Hawley - Prima di Cadere (Einaudi, copertina)

Se mi commissionassero la tagline di un’ipotetica serie sulla sua vita, me ne uscirei con un controproducente Non un talento visionario, bensì le visioni di un talento. In poco meno di un lustro, Hawley da New York City è riuscito a emergere da un sottobosco di manovalanza scritturale poliziottesca (da prima serata al mercoledì sera su FOX, per capirci) rielaborando, quasi esacerbandola, un’idea di letteratura – cos’altro era Fargo, la serie tv, se non un racconto di George Sanders? – che quando ragiona in sottrazione di conseguenza filma in addizione e viceversa. U’idea di racconto personalissima e normale, con tutte le conseguenze che comporta l’essere normali.

Storie normali dunque, quasi forzatamente normalizzate, in cui i chiaroscuri che nel quotidiano abbondano vengono minuziosamente analizzati e trattati caso per caso, scena per scena. Hawley ha mani da ottimo ricamatore e modella ogni pensiero, ogni gesto, ogni inquadratura in base al formato su cui deve intagliare e non è un caso che faccia pronunciare al protagonista di Prima di Cadere, Scott Burroughs, le seguenti, tombali parole: «in quanto persona che si occupa di immagini, per lui è affascinante pensare a come viene costruita la sua, non nel senso di falsificata, ma più che altro confezionata, pezzo dopo pezzo».

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rima di Cadere è un thriller che non sa di esserlo.
Dopotutto Fargo dei Coen era un saggio etnografico travestito da poliziesco e ancora, Legion è una serie tv sui supereroi come l’avrebbe sceneggiata un tandem Bulgakov/Burroughs. È una precisa scelta artistica. Usare quasi come pretesto il cinema di genere, per poi sconvolgere il tutto con ciò di più estraneo esiste a quel tipo di cinema cui si fa il verso: tradendo regole non scritte, improvvisando. È una visione estremamente dicotomica della vita, dove le due parti non si escludono a vicenda e anzi, alla lunga potrebbero scoprirsi complementari.

Lo stesso discorso vale per i temi trattati. L’ordinarietà contro la straordinarietà, il bene o il male, sarà colpevole o innocente. L’isolamento e i mass media. Ci sarà un conflitto, ci saranno dei dubbi al riguardo, ma prima tutto deve essere normalizzato.


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Il concetto alla base della scrittura di Hawley è la trattazione del dubbio, o meglio la concessione allo spettatore di un dubbio, che poi venga risolto o meno è questione secondaria. Hawley semina dubbi senza aggrapparsi ad alcun colpo di scena. È lontano anni luce il Matt Murdock di Daredevil (e come se il dubbio fosse clonabile, di tutti gli altri eroi trasposti da Netflix, da Jessica Jones all’ultimo Luke Cage), un supereroe che affoga nella psicologia spicciola di qualsiasi altro supereroe (come e contro chi usare i superpoteri? Perché li ho avuti in dono?). Quella di David Haller è la normalità di qualcuno che non sa chi è (chi sono gli alleati? Sono io l’avversario di me stesso? E soprattutto, io sono il bene o il male?), anche se può infilzare il collo di un agente dell’FBI con una penna volante: è la straordinarietà della normalità in opposizione alla normalità dei superpoteri.

È lontano anni luce il Matt Murdock di Daredevil, un supereroe che affoga nella psicologia spicciola di qualsiasi altro supereroe.

Per arrivarci, Hawley confeziona un modo di fare cinema atipico, drogato e psichedelico, a partire dal montaggio scriteriato, quasi in controtempo, dalla saturazione dei colori, passando per la recitazione sopra le righe alle musiche così invadenti, così complementari con il tutto resto.

[Precisazione: non è un refuso, la prima puntata di Legion è stata puro cinema: non ha mostrato nulla di quello che ci aspettiamo dalla puntata inaugurale di una serie tv – presentazione dei personaggi, possibilità di infinite trame -, tutto è stato circolare, come se ci fosse una scadenza temporale da rispettare e tutti gli elementi filmici si rincorressero fino a mordersi la coda, fino a far tornare tutti i conti, subito. Quel subito è il cinema.]

Dan Stevens in Legion #2 (Marvel Entertainment)

Screengrab Marvel Entertainment/Youtube

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Quelle che Hawley ci pone sono tutte domande che rimarranno senza risposta, come in un incubo alla Dostoevskij (è all’autore russo che Michael Cunningham ha paragonato Prima di Cadere). Nulla è quello che sembra, e se in Legion siamo stati catapultati in un vortice senza fine di visioni e apparizioni, in Prima di Cadere è la coralità dei personaggi chiamati in causa dall’autore a spingerci, tra mille dubbi, bugie e vaghi ricordi verso un tentativo di verità.

Il segreto di Hawley è prendere un qualcosa che vediamo tutti i giorni, qualcosa che diamo per scontato e trasformarlo in qualcosa di sinistro: questo significa minare la struttura stessa della vita. «Questa è la verità, la storia che si racconta», dice ad un certo punto uno dei protagonisti di Prima di Cadere. E il dubbio rimane, non sul fatto che sia o meno la verità, ma su come interpretare quella virgola. Sul senso da dare a quella frase così semplice o all’opera di Hawley tutta. Ma siamo stati normalizzati e questo è solo un dubbio. O un ricordo?

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FEDERICO PEVERE è nato in Friuli tempo fa, ora vive in Emilia. Scrive per SentireAscoltare, Nazione Indiana, Dude Mag, Il Mucchio. Tifa Beckett. Pensiero debole tutta la vita. Mutuo quinquennale.
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