Potevano alludervi o trovare un sinonimo, ma il buonsenso di chiamare le cose con il proprio nome ha prevalso.
Ecco quindi The Shit Museum, e assieme a lui la possibilità di costellare quest’articolo di parole con la M: sarà mica la prima volta che un piacere infantile si maschera da dovere di cronaca.

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Il Museo della Merda (ecco la prima) nasce un anno fa nelle campagne piacentine, a Castelbosco, da un’idea di Gianantonio Locatelli, imprenditore alle prese con 2500 bovini ospitati nella sua azienda agricola e responsabili, oltre che della produzione del latte destinato a forme di grana padano, di quella di 1000 quintali di escrementi al giorno.

Una produzione involontaria e collaterale si è trasformata in opportunità: la vecchia storia alchemica dell’Opera al nero che fermenta e diventa Oro filosofico, se siete gente che si entusiasma per queste cose.

sìsìPhotocredits © Henrik Blomqvist

Locatelli ha fatto di più: in collaborazione con Luca Cipelletti, architetto e curatore del museo insieme a Gaspare Luigi Marcone e Massimo Valsecchi, ha trasformato le quotidiane tonnellate di sterco in un progetto avveniristico, azzardato ma sicuro della propria forza.
Ne ha ricavato concime e metano, anzitutto, applicando una concezione che punta a ridisegnare un circolo virtuoso rispettoso dei cicli naturali. Ma non solo: ha tramutato questa enorme quantità di escrementi bovini in preziosa materia prima per manufatti.

shit01Photocredits © Henrik Blomqvist

Ecco allora i mattoni, non più in terracotta ma in merdacotta (e due), ideale continuazione di una tradizione millenaria di impiego architettonico ai quattro angoli del pianeta, a cui si affiancano anche alcuni oggetti domestici come piatti, brocche e vasi: un pezzo dopo l’altro, ne è risultata una prima collezione, sbarcata a Milano in occasione della settimana del design. Non sarà l’apoteosi Pasoliniana per cui facciamo il tifo, ma è un inizio.

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In realtà, “The Shit evolution. The Primordial Products of the Shit Museum” ha trovato una sede perfetta nel distretto delle 5Vie, una delle zone più antiche di Milano. Nei sotterranei della SIAM – Società di Incoraggiamento Arti e Mestieri, palazzo rinascimentale nella centralissima via Santa Marta, l’allestimento (pensato per raccontare la filosofia alla base del progetto) ha riunito le idee di riciclo creativo e intelligente, di quel riuso degli scarti che riallinea tradizione contadina e un modo di vivere contemporaneo attenti, per sensibilità o per necessità (la seconda, N.d.E.), a un dialogo con l’ambiente e con i ritmi della natura.

Senza tralasciare l’aspetto estetico ed artistico, con l’omaggio all’inevitabile Piero Manzoni e alla sua Merda d’artista (e tre), ma anche alle opere del pittore Roberto Coda Zabetta, alle foto di Henrik Blomqvist e alla videoarte di Daniel Spoerri. In un’atmosfera rarefatta, i manufatti – sgabelli, tavolini, vasi, piatti, ciotole – si mostrano senza inutili pudori, in un allestimento di semplicità scarna che non fa che rendere più lampeggiante il messaggio.

Un pezzo dopo l’altro, ne è risultata una prima collezione, sbarcata a Milano in occasione della settimana del design. Non sarà l’apoteosi pasoliniana per cui facciamo il tifo, ma è un inizio.

Alla consacrazione mancava un qualche prestigioso premio internazionale: un po’ a sorpresa, il Museo della Merda (#4) non si è fatto mancare neppure quello, inaugurando il proprio carnet con il Milano Design Award, che l’ha premiato come migliore installazione di tutto il Fuorisalone. La motivazione ufficiale loda “il racconto di un processo di grande complessità e innovazione, capace di destabilizzare la percezione comune. Il percorso didattico scardina tutti gli stereotipi didascalici per proporre un’esperienza sensorialmente rilevante, che promuove una nuova visione della cultura del progetto.”

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Dopo la design week, l’esperienza continua a Castelbosco, dove è possibile visitare il museo su appuntamento, per scoprire le diverse facce di un progetto estremamente articolato. “Un’agenzia per il cambiamento, un istituto di ricerca e di raccolta di fatti, documenti e informazioni sugli escrementi nella cultura, nella tecnologia, nella scienza e nella storia”, così l’ha descritta Massimo Torrigiani, curatore e coordinatore del PAC.
Un’iniziativa che mette in discussione pregiudizi e freni culturali, unendo biomeccanica, excursus storici e arte contemporanea, con una collezione privata di opere e una serie di installazioni dedicate alla trasformazione. Per tornare, come sottolinea Torrigiani, “a dare alla merda il valore che ha”.

Un’umanità che ha fatto pace col corpo è un’umanità pacificata tout-court. Che aggiungere? Che con l’ultima erano cinque.

sìsìsìPhotocredits © Henrik Blomqvist