Una volta quali libri leggere o non leggere lo dicevano i critici sui quotidiani e i settimanali: compravi La fiera letteraria e c’era Geno Pampaloni che ti sconsigliava Il giuoco dell’oca di Sanguineti, e anzi addirittura sconsigliava all’autore stesso («con amicizia») di proseguire sulla via del romanzo («passi ad altro»).

Fato e Furia - Il problema del romanzo di coppia (illustrazione di Nicola Giorgio)

Illustrazione di Nicola Giorgio

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Adesso il “critico giornaliero” (ancora con Pampaloni) è il social, che quasi ogni settimana s’incarica di promuovere il capolavoro di sempre altrimenti detto libro-che-dovete-assolutamente-leggere. Libri di cui nell’arco di qualche post si perde completamente traccia, infatti quando poi finalmente li leggi e vorresti dire la tua, è troppo tardi, si è effettivamente passati ad altro.

Uno dei casi subito acclamati e presto dimenticati delle scorse settimane è Fato e furia di Lauren Groff. Peccato che i post siano davvero troppo vecchi per raccoglierne un po’ alla maniera degli strilli di copertina, perciò accontentiamoci di questi: «un trionfo a mani basse», «ogni frase un piccolo uragano», «grandissima sorpresa», «audace anticonformismo» e così via. Le aspettative sono alte, ne parlano tutti benissimo, nessuna riga di dissenso. Procediamo senza riserve, tanto più che anche l’amico editore-scrittore ne dice un gran bene, puntando soprattutto sulla seconda parte, in cui tutto cambia e succede qualcosa che veramente non ti aspetti.

La letteratura ha sempre celebrato l’amore adulterino, l’eros incestuoso, extraconiugale, omoerotico, tutto fuorché coppiesco in senso canonico.

Premessa teorica veloce veloce. Il romanzo di coppia è una categoria speciale di romanzo contemporaneo all’interno della quale il problema della sospensione dell’incredulità non sussiste, e anzi: persegue piuttosto l’intento opposto, di caricare il narrato di effetti di iper o sovra-realtà, lo scrittore a confronto con uno dei temi tra i più triti e consunti che la letteratura abbia mai prodotto, ossia lui&lei si amano/non si amano più/si amerebbero senonché. Sarà per questo che la letteratura ha sempre celebrato l’amore adulterino (dalla tradizione cortese, con l’oscillazione tra eros e sofferenza, amor de lonh e tutto il corredo di prendersi e lasciarsi che passando per Flaubert e Tolstoj arriva fino alla Recherche proustiana), l’eros incestuoso, extraconiugale, omoerotico, cioè tutto fuorché coppiesco in senso canonico.

Non per caso uno dei migliori romanzi di coppia della letteratura italiana recente è Troppi paradisi di Walter Siti, dove la variante dell’omosessualità rivivifica il cliché dell’innamoramento col suo portato di tribolazioni inflitte e più o meno volontaria perdizione. Che però non si tratti di un ingrediente passepartout lo dimostra un film come La vie d’Adèle, in cui nemmeno gli estenuanti amplessi saffici bastano a riscattare la routine del plot stiracchiato tra i non mi ami più, sei tu che ami un’altra, esci per sempre da questa casa, non puoi mandarmi via così.

Lauren Groff, Fato e Furia (ed. Bompiani)

E torniamo dunque a Fato e furia, per vedere se questa benedetta sorpresa c’è davvero e il libro, almeno nel finale, ti consegna la verità che non ti aspetti. In apertura, il titolo della prima parte: Le parche. Il destino, dunque. A chi l’alto compito di incarnare questo totem della tradizione tragica, ovvero chi s’accolla ‘sto fardello insostenibile del non essere liberi, dell’essere comunque dominati da qualcosa di più grande di noi? Tutti dovrebbero condividerne un po’, ma qui i personaggi per quanto diversi sono analogamente riconducibili ai due soli che la narrazione ci metterà di fronte praticamente a ogni pagina e rigorosamente in coppia: Lotto e Mathilde, giovani, belli e sposati.

Lotto è in primissimo piano, fisso: orfano di padre dallo sfrenato appetito sessuale che la madre pensa di sedare spedendolo classicamente al college. E lì incontra la bella, solitaria e misteriosa Mathilde, che sposa un mese dopo. Vivono poveri e disoccupati: lei trova lavoro in una galleria d’arte lui a stento si alza la mattina, lui vuole figli lei non se ne parla e via così, finché non sopraggiungono i trent’anni e si fa l’ora di inventarsi qualcosa che contrasti la calvizie.

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Avendo fallito come attore, Lotto
si dà alla drammaturgia con Mathilde a fargli da manager, ma ha delle crisi depressive e non vede altra possibilità che scaraventarsi giù dalla scaletta di un aereo costringendosi a letto per settimane mentre lei, boh, rimane sullo sfondo, bella e misteriosa. Una sera è l’amico di sempre, Chollie, a svelare a Lotto che sua moglie, da lui creduta vergine fino al matrimonio, ennò, l’aveva già data: al gallerista. Lotto la digerisce? Non proprio: si tuffa di notte nell’oceano, forse muore, ma invece riesce a tornare a casa in tempo per farsi trovare piegato in due per un aneurisma fatale dall’amorevole e devota Mathilde.

Il romanzo di Groff scimmiotta la tragedia, ma la riconduce dalle regge ai loft restituendo un milieu da Piccole Donne Crescono.

Terminata la prima parte ci si potrebbe domandare dove sia l’anticonformismo in questi due stereotipi, la bella e irraggiungibile che poi capitola ma-non-è-come-pensiamo e il seduttore definitivamente redento. In una temperie socioculturale analoga (ambiente creativo, middle class), ad esempio, ben altre sorprese riservava il cliché della mogliettina sottomessa Betty Draper in Mad Men: al marito fedifrago la donna apparentemente mite opponeva una risalita che prevedeva un nuovo marito, una laurea, e finanche un tumore affrontato con insospettabile aplomb. Don, intanto, rimaneva un debosciato, ma da affascinante manager e seduttore si trasformava in alcolizzato perenne, rifiutato dalle ex amanti.

C’è uno sviluppo, un mutamento di destino, per dirla col Benjamin dell’arcinoto saggio, che giustifica il tempo investito dallo spettatore nel tener dietro per ore, settimane, mesi alle loro vicende e quelle di altri personaggi, numerosi e socialmente connotati. Allo stesso modo, entro un preciso ambiente ed epoca si situa la coppia diabolica degli Underwood in House of cards, che però è piuttosto una serie di caratteri (tornando a Benjamin), con l’inatteso, almeno per una stagione, della frattura del dinamico duo, al mutare non solo degli eventi, ma della realtà psichica dei protagonisti.

Don e Betty Draper. ©AMC, via sheknows

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Torniamo invece al tutt’altro che dinamico duo Lotto-Mathilde. Per tutta la prima parte lui resta un incompiuto abbozzo di personaggio e lei si mimetizza talmente bene con la sua ombra da sembrarne indistinguibile. La seconda vorrebbe invece presentarci quel rivolgimento che nella tragedia secondo Aristotele coincideva con la soluzione finale, ma Le furie scaraventano addosso al lettore malamente instradato sulla via della tragedia antica una serie di cliché da romanzesco deteriore, che non si capisce come possano conciliarsi con le ambizioni preannunciate dalla copertina, strilli inclusi.

Così apprendiamo che l’amorevole Mathilde che da piccola si chiamava Aurelie (manco il nome era vero, che birba) ha scaraventato giù dalle scale suo fratello unenne venendo ipso facto allontanata da casa e spedita prima da una nonna prostituta, poi da uno zio dedito al malaffare, infine intercettata dal pervertito proprietario della galleria d’arte che ne fa la sua schiava sessuale e la mantiene fino al diploma. L’ex amorevole, svelatasi di una perfidia senza limiti, per tigna si è poi dedicata al successo di suo marito, ma nel frattempo dopo un giovanile aborto aveva provveduto a sterilizzarsi, quindi niente figli, Lotto, puoi giurarci.

Seguono vicende e vicende su cui non fa conto soffermarsi, finché Mathilde ormai vecchia e in parte risarcita, può finalmente vivere cattiva e sola, nel ricordo della maledetta ruzzolata da cui tutto mosse: una parte di lei proverà a perdonarsi, l’altra (forse) la condannerà per sempre.

Dicevamo della sospensione dell’incredulità, o della condizione particolare in cui il lettore o lo spettatore possono, entro i codici e le convenzioni della fiction, bersi qualunque cazzata, dall’ippogrifo alla spada laser. Mentre i lettori medievali potevano comunque credere che Dante l’Inferno l’avesse visitato in carne e ossa per davvero, quando leggiamo un romanzo di coppia contemporaneo, per la familiarità con il tema e la sua prossimità alle vite dei non eroi che siamo nel quotidiano, pure se archiviamo lo scetticismo, depositiamo l’illuminismo e abbandoniamo le riserve razionali, qualcosa non torna.

Frank e Claire Underwood. Screengrab Netflix Brasil/Youtube

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Il romanzo di coppia è un terreno quanto mai scivoloso proprio per il limite della banalità e del prosaico, e pochi romanzieri se ne dimostrano all’altezza. Non è mai consigliabile cumulare colpi di scena, magari riprendendo dal romanzo ottocentesco i topoi della fanciulla perseguitata o dell’innocente corrotto, oppure, peggio ancora, riprendendo dalla tragedia un fatalismo tutto esteriore e assolutamente sproporzionato al sovrasenso (=quant’è difficile vivere in coppia al giorno d’oggi).

Quello che sembra mancare ai romanzieri masscult e che invece le serie tivù definiscono in modo convincente è proprio il contesto: degli anni che trascorrono, dello scenario che si complica, dei cambiamenti reali o almeno verisimili (l’assassinio di Kennedy in Mad Men, il terrorismo internazionale di House of cards, eventi che non fanno da quinte d’ambiente ma entrano nelle vite dei personaggi e ne cambiano, se non il corso, perlomeno gli umori). Il romanzo di Groff si muove in un vuoto assoluto di eventi e accadimenti esterni, scimmiotta la tragedia ma la riconduce dalle regge ai loft restituendo un milieu da Piccole donne crescono (e mangiano sushi, possibilmente dal pavimento, per compiacere il protettore).

Va meglio con Lame di Gabriele Pedullà, scrittore di qualche anno meno giovane di Groff, alle prese con un altro romanzo di coppia: la vicenda di superficie (due quasi-quarantenni alle prese col passaggio dalla giovinezza alla maturità, fra nostalgia e tentativo di comprensione di un presente che sfugge), si rivela però stavolta un pretesto per una narrazione mitico-allegorica più che generazionale, soprattutto attraverso l’epifania dei pattinatori che danno il titolo al romanzo: un gruppo di (più o meno) virtuosi che si riunisce al Pincio ogni domenica e trascina la coppia in una nuova autopercezione, tra il radicamento e l’anelito alla piroetta.

Forse il romanzo di coppia (o il romanzo tout court) ha bisogno di storie ancora più incardinate nel tempo delle vite singolari, in cui all’interesse del lettore per qualcuno dal nome finto (i cavallereschi Ruggiero e Olimpia di Pedullà o la pseudoMathilde di Groff) sia consentito non dover capitombolare dalla mitografia dei fantasmi alle sbronze a bordo vasca. Cin cin e lunga vita al romanzo di coppia, se non scoppia. 

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GILDA POLICASTRO è studiosa di letteratura italiana, critica letteraria, scrittrice. Ha collaborato con i supplementi e le pagine culturali di Manifesto, Corriere della Sera, Pagina99 e Reportage. Ha pubblicato i romanzi Il farmaco (Fandango, 2010), Sotto (Fandango, 2013) e Cella (Marsilio, 2015). Dal 2017 è docente di poesia contemporanea presso la scuola di scrittura Molly Bloom. 
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