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Il Black History Month, mese di celebrazione della cultura nera che negli USA e in Canada dura tutto febbraio, è stato spesso tacciato di inclusività puramente simbolica; tra gli altri, da Morgan Freeman, per il quale “la storia dei neri è la storia dell’America”, e come tale non può essere relegata a un mese su dodici. L’inclusione simbolica degli esclusi non è che un piccolo passo nel rimediare a ingiustizie storiche mai risolte; allo stesso modo, gli effimeri gesti di protesta simbolica mossi dal Pop sono gocce minuscole nell’oceano in tempesta d’una resistenza quotidiana alla discriminazione istituzionalizzata. E però, se la cultura Pop scarseggia in durata, sicuramente recupera in risonanza: l’eco delle performance del mese scorso di Beyoncé e Kendrick Lamar continuerà a spargersi nel subconscio americano, mentre si avvia verso un’elezione cruciale per l’avanzamento dei diritti civili nel ventunesimo secolo. 

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Kendrick Lamar è entrato sul palco dei Grammy Awards ammanettato e in catene davanti a un fondale che riproduceva le celle di una prigione, ed è uscito su un’immagine del continente africano con sovraimpressa la scritta Compton. Quattro giorni dopo, il leader del sindacato di polizia della Florida Javier Perez ha rilasciato una dichiarazione in cui si afferma che “l’Ordine Fraterno della Polizia di Miami ha deliberato con votazione che ogni membro delle forze di polizia si asterrà dal prestare servizio al concerto di Beyoncé previsto per mercoledì 26 aprile 2016 al Miami Marlin Stadium. Il fatto che Beyoncé abbia usato il Super Bowl per dividere l’America con un’apologia delle Black Panthers, e promuovendo il suo messaggio anti-polizia, dimostra ampiamente il suo sdegno per l’applicazione della legge.”

La performance di Beyoncé al Super Bowl (prontamente rimossa da internet, sicuramente per volontà dei legali dell’NFL) omaggiava tra le altre cose l’iconico saluto a pugno chiuso degli atleti americani Tommie Smith e John Carlos, dal podio dei duecento metri, alle Olimpiadi Messicane del 1968. Sia Smith che Carlos furono banditi a vita dai Giochi per decisione del presidente del Comitato Olimpico Internazionale Avery Brundage, il quale comunque, da presidente del Comitato Olimpico Americano, non ebbe nulla da obiettare ai saluti nazisti alle Olimpiadi di Berlino del 1936.

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La coreografia di Beyoncé comprendeva ballerine in costumi di cuoio nero e berretti che evocavano le uniformi dei militanti delle Black Panthers, con un’evidente X che alludeva al leader della battaglia per i diritti civili Malcolm X. Due giorni prima del Super Bowl ha debuttato il video del nuovo singolo di Beyoncé Formation, apertamente dedicato al movimento anti-brutalità poliziesca #blacklivesmatter e all’allagamento di New Orleans che seguì all’uragano Katrina nel 2005, e che si ripercosse oltre ogni proporzione sulle fasce di popolazione nera e indigente cui era stato impossibile evacuare la città.

Con un gesto di incredibile anacronismo, e forse di discutibile ironia, Louis Farrakhan, leader della Nation of Islam, è a sorpresa entrato nel dibattito, offrendo a Beyoncé la protezione della propria organizzazione, dovesse il boicottaggio delle forze di polizia procedere come dichiarato. Farrakhan ammise apertamente il suo ruolo nell’assassinio di Malcolm X; e tuttavia, nominalmente, resta degno di nota che una tale relitto del passato si faccia avanti nel momento in cui le forze dell’ordine americane scelgono di incistarsi ulteriormente nel solco di divisioni razziali e di classe.

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Per offrire un termine di paragone, l’ultimo scandalo rilevante all’halftime show del Super Bowl, connesso all’uso di un linguaggio del corpo socialmente sconveniente, riguarda M.I.A e il suo dito medio nel 2012: fu querelata dalla Lega Nazionale del Football (NFL) per danno d’immagine, e raggiunse un patteggiamento non dichiarato nel 2014. M.I.A. è tornata a esprimersi sul surreale incidente proprio giorni fa, nell’intro del brano Boom ADD condiviso su Soundcloud. Giova ricordare che non sono tempi favorevoli per l’NFL, complice l’emersione di prove concrete del fatto che il 90% di atleti NFL professionisti soffre o soffrirà di patologie cerebrali debilitanti, causate dai ripetuti traumi cranici.

Lo sport, come la musica, resta una delle poche vie di fuga da povertà e marginalizzazione per le minoranze in America. Non è fonte di sorpresa, quindi, che la battaglia tra abbienti e non abbienti si giochi, sul piano simbolico, nell’arena più sacra dell’intrattenimento targato Pepsi e del sacrificio collettivo dei gladiatori. Una settimana dopo il Super Bowl, Albert Woodfox, ultimo recluso dei famigerati Angola 3, è stato rilasciato dal Penitenziario dello Stato della Louisiana dopo quasi mezzo secolo di isolamento. Il penitenziario, più comunemente conosciuto come Angola Prison, prende il nome dalla piantagione di schiavisti che un tempo sorgeva sul luogo, specializzata nella tratta di schiavi dall’omonimo stato dell’Africa occidentale. Dopo la Guerra Civile, il tredicesimo emendamento della Costituzione Americana ha messo fuori legge schiavitù e servitù non consenziente “se non come punizione di un reato per il quale l’imputato sia stato dichiarato colpevole con la dovuta procedura”.

Con oltre un milione di afroamericani attualmente reclusi, e una probabilità su tre per un maschio nero di finire in carcere nel corso della sua vita, discriminazione razziale e schiavitù passano da questione legislativa a questione oggettiva. Il Pop, da solo, non può invertire la tirannia della probabilità statistica, ma con l’aiuto della Storia e dei movimenti sociali contemporanei, forse, può scoraggiare una generazione di non-votanti dal guardarsi l’ombelico, ed evitare loro isolamento e paralisi. Se il sostegno al Senatore Bernie Sanders espresso da Killer Mike è in qualche modo rappresentativo dell’anno a venire, scommetto anch’io che riusciremo a mantenerci coraggiosi, forti, sfacciati e in grado di ribellarci alle stronzate ogni qualvolta esse si presentino.