Se per Nabokov era impossibile pronunciare la parola realtà senza le virgolette, pure la parola poesia non è che la si possa proprio mandare in giro libera da specifiche di sorta senza destare imbarazzo. Specie quando, e avviene con cadenza stagionale, i supplementi culturali pensano di dedicarle la benemerita inchiesta facciamo il punto.

Illustrazione di Nicola Giorgio

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Di solito le inchieste che fanno il punto sulla poesia e/o i poeti sono di due tipi: c’è la modalità Berardinelli, il critico che periodicamente s’incarica del necrologio e dichiara estinti i poeti. Oppure ci sono le inchieste che ne ribadiscono la sopravvivenza, pure nelle condizioni estreme in cui il cattivo l’avrebbe ridotta: dove il cattivo è nella fattispecie il Mercato, mano più che visibile, anzi manrovescio che la poesia ha definitivamente steso a tappeto, o almeno miniaturizzato.

Il principe liberatore, nelle vesti dell’Unico lettore (o editore, perché no) sopravvissuto al knockout, potrà forse riportarla a quell’arte incantata che era, a condizione che via sia ancora qualcuno disposto a subirne l’incanto (ossia a liberarla dalle virgolette).

Il risultato di queste inchieste di solito è convergente: la poesia non esiste perché, semplicemente, non esiste, e cioè non si pubblica più (e qui soccorrono i dati materiali, le statistiche, il pubblicato, la circolazione effettiva, le rese, il macero) o molto di rado e quasi sempre a pagamento, non ha lettori, non ha spazio nelle librerie. Quindi tanto le Cassandre che gli sciamani colgono nel segno: la poesia è morta, pure quando è viva. Le inchieste di solito considerano poesia, tra l’altro, quella che nessun poeta di una generazione non inclusa in quelle già anagraficamente a rischio casa di riposo, si sognerebbe di definire tale.

Tanto le Cassandre che gli sciamani colgono nel segno: la poesia è morta, pure quando è viva.

Se sulla Lettura si parla ancora di bellezza (ma almeno Amelia Rosselli, col suo carico di nero interiore, l’hanno mai letta?), la ricognizione di Fabio Chiusi sull’ultimo Espresso dà conto di un panorama ridotto a due entità contrapponibili e randomiche: la Mondadori-zone, con gli immancabili totem (passi per Milo De Angelis che è effettivamente un modello di scrittura anche per le ultime generazioni, ma vogliamo far credere che qualcuno che non sia lui-medesimo-in-quanto-tale legga oggi in Italia Maurizio Cucchi?), insieme ai semisconosciuti che pubblicano quattro versi negli almanacchini periodici (ma poi nessuno al di fuori dei protettori-sponsor li ha mai sentiti nominare).

Dall’altro lato il carrozzone Barnum del POETRY SLAM, ma giusto per far vedere che siamo aggiornati. Più o meno ai tardi anni Novanta, cioè, quando il fenomeno del poeta che leggeva ad alta voce davanti a un pubblico che poteva applaudire, fischiare, votare, protestare, andarsene, sembrava anche in Italia l’unica forma percorribile di azione/ricezione poetica (così Lello Voce, promulgatore e accanito sostenitore di quest’area genericamente detta performativa: «per dirsi poeta basta avere un microfono e salire su un palco»).

Amelia Rosselli. Screengrab Youtube/Sergio Carlacchiani

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Poi c’è chi, come Aldo Nove, se la prende con la poesia dei social («ci sta come i cavoli a merenda») senza chiarire cosa ciò implichi. A tacere del fatto che fu proprio Aldo Nove, assieme al poeta e prosatore Tommaso Ottonieri, a inaugurare la pratica della poesia-racconto su Facebook, quando gli status oltretutto avevano un limite di caratteri, ovvero una contrainte, proprio come nelle scritture sperimentali d’ogni epoca e latitudine. Se per poesia dei social s’intende invece la poesia scritta, pensata, letta, concepita (per un) altrove e semplicemente condivisa o rilanciata in rete, sarebbe come attribuire lo scadimento dei contenuti delle nostre telefonate all’impazzare degli smartphone.

Gli spazi social sono invece al momento il ricettacolo e il veicolo del solo rinnovamento registrato nel campo delle scritture negli ultimi quindici anni: Gherardo Bortolotti, tra gli scrittori oggi più apprezzati dalla critica, ha cominciato postando in un blog Tracce, una delle sue cose migliori, e dico cose perché è l’autore stesso a non sapersi definire («Sei più poeta o prosatore?», gli chiedo. «Non è un problema di forma, ma di approccio: lavoro sul romanzesco senza usare la trama, il dialogo e la scena, ma solo l’ambientazione e il sommario»).

Insieme a lui, il gruppo Gammm, una serie di poeti che nel 2009 finirono nell’antologia Prosa in prosa, di cui Renato Barilli, critico della neoavanguardia – quindi non proprio fresco di giornata – in un memorabile intervento al laboratorio di nuove scritture RicercaBo, si chiese: «ma perché questo vezzo? Se è poesia in prosa, chiamiamola così!», proiettandosi col doppio carpiato in un’epoca Baudelaire che manco in un film di Nolan si sarebbe giustificata.

I prosinprosa si segnalavano esattamente per l’indecidibilità della forma: «non vanno a capo, ma si dicono poeti», nella definizione empirica che ne ha dato ancora di recente Franco Buffoni. Ed eccoli cimentarsi tutti, oggi, con forme più estese, comunque non tradizionalmente poetiche (effettivamente nessuno di loro va a capo, ma qui dovremmo poi allora riconsiderare come andavano a capo, prima di loro, Pagliarani e Sanguineti e come, giù per li rami, andava a capo Leopardi, e così via).

Christophe Tarkos. Screengrab Youtube/paltoquet.quet

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L’impressione è che quando le inchieste dei giornali decidano di occuparsi di poesia lo facciano come se dovessero occuparsi di altri mondi (e in parte così è: Galaverni parla esplicitamente di extraterrestri, sulla Lettura), dunque non sapendo che pesci pigliare, riducano l’argomento a una trita rifrittura del già detto, tornando sempre a quel che è stata la poesia fino a Leopardi e dopo mai più.

I poeti, quelli che oggi ha senso considerare e leggere, avvertono imbarazzo a dirsi tali, e non per la posa crepuscolare o avanguardista («perché tu mi dici poeta»), ma in ragione dell’evidenza che la domanda cosa sia oggi la poesia non trova risposta: non perché non abbia senso porsela, ma perché non ha senso che a porsela sia innanzitutto chi la poesia non la legge, chi della poesia non si occupa (se non per contratto), chi della sparizione totale della poesia potrebbe accorgersi come di quella delle lucciole (ma perché, fino a ieri c’erano?).

Mi contatta un’attrice e regista per «saperne di più su questo mondo di poeti sfigati».

A voler occuparsi seriamente di poesia, invece di celebrare Cucchi e De Angelis (il primo merita un pacificato oblio, il secondo va avanti da solo senza bisogno di fanzine), converrebbe chiedersi come mai non siano stati ancora tradotti dai maggiori editori – quelli, detto fuori dai denti, che avrebbero i soldi per finanziare le traduzioni – i maggiori poeti della scena europea e internazionale, da Suchère a Tarkos e Quintane, che per i poeti nostri contemporanei sono dei classici (come fu Ponge trent’anni fa), senza che nessun lettore da libreria si sia potuto nemmeno accorgere che esistono.

Riferisco un aneddoto personale, valga a mo’ di exemplum: mi contatta un’attrice e regista per «saperne di più su questo mondo di poeti sfigati» in vista di una fiction tivù che è stata chiamata a girare. Dice di aver partecipato come spettatrice a una rassegna che ho curato insieme ad altri critici e poeti e di essere rimasta colpita da «questo buio triste e queste figure di fantasmi che non sapevano bene cosa fare sul palco». In realtà lo sapevano tutti perfettamente, perché nessuno dei poeti delle ultime generazioni legge ormai sospiroso o tremebondo, e l’ultimo dei duri e puri si muove sul palco come un performer di razza.

Mi dici poeta, in quanto sfigato?

Cominciamo o ricominciamo da qui: che cos’è la poesia. Che cosa vuol dire poesia prima che per i poeti nel senso comune, nella mentalità diffusa. È un’arte incantata e un po’ bizzarra, vaporosa, inafferrabile o è una tecnica, una disciplina, un’attività (come tante altre propriamente materiali)?

Marco Giovenale, scrittura asemantica. Via flickr

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Sempre perché dire (o maledire) i social non vuol dire, di concreto, praticamente niente, è da Facebook che mutuo la più interessante discussione sulla poesia degli ultimi anni. Riguardava il film Paterson, in cui, per chi non l’avesse visto, l’autista eponimo dell’omonima cittadina (che detto facile suona «Paterson che vive a Paterson») vive una vita monotona e scrive versi in momenti di pausa della giornata lavorativa.

Da parte dei poeti, che ne sono stati i più immediati fruitori, Il film ha ricevuto reazioni opposte: c’è chi l’ha letto come un’esaltazione della poesia che riscatta una vita grigia dalla sua monotonia, e chi, all’opposto, ha visto (SPOILER) nella distruzione del taccuino di Paterson una specie di negazione di quella stessa possibilità, e dunque il prevalere del grigio e della monotonia su qualunque via di fuga o attesa di miglioramento.

In mezzo c’è chi, senza addentrarsi nella questione poesia salvifica o poesia divertissement, si poneva il problema della rappresentazione del poeta-in-quanto-uomo, ma anche in questo caso, con opposte interpretazioni: vedi, il poeta è uno che può essere visitato dalla grazia anche, soprattutto mentre guida l’autobus, oppure, no, il poeta accidenti non è uno che vive del suo taccuino e poi guida l’autobus, ma un’unità di cose, che preveda tanto la vita materiale che quella intima e introversa, sempre e comunque, qualunque cosa faccia e in qualunque istante.

Adam Driver in Paterson. © Mary Cybulski / Amazon Studios & Bleecker Street

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Si è poeti, anzi, si nasce poeti come si nasce biondi o africani. Si tratta di collocarsi (e in un nessuno degli ambiti della vita associata, manco nella politica, è oggi possibile farlo con una tale nettezza di orientamento) precisamente dalla parte di chi ritiene il poetico una competenza, o mettiamo pure un talento, da applicare in determinate condizioni e a confronto con specifiche urgenze, oppure una grazia speciale (e qui, definizioni a pronta cassa per tutti, dall’onnipresente come mi batte forte il tuo cuore su cui sarebbe utile chiedere una moratoria come per niente poesia dopo Auschwitz, pluripresente soprattutto nei discorsi di chi non manca di licenziare una plaquette a semestre) che la creatura eletta mostrerebbe in ogni circostanza della propria vita, non solo quando, alla lettera, compone.

Il discrimine è proprio questo: Paterson era un autista, lui sì, un po’ sfigatello che poi occasionalmente, avendo acquisito dalla lettura qualche nozione di ritmo se non di metrica, si dà a comporre versi, oppure l’unto da santa signora della poesia, che mette l’anima anche nella sua vita di sfigato autista di autobus, e quindi guida come componesse e non viceversa? I poeti sono vivi se scrivono, banalmente, e nessuno scrive più poesia come Paterson o, se la scrive come Paterson, può solo far ridere o sbadigliare.

Sono meritatamente estinti i vas d’elezione, ricettacoli di una grazia, quella sì, non solo da virgolettare, ma da sfinire a colpi di alessandrini. Come potrebbe, un prescelto dalla grazia, decidere di usare il tal verso o la tal forma metrica, ne avrebbe il tempo, nell’attimo imprevedibile dell’invasamento? Sarebbe come dire che mentre faceva il miracolo dei pani e dei pesci, Gesù si poteva arrovellare sulla qualità di cibo da preferire, se fosse meglio la sfoglia Buitoni o potesse andare pure un Tavernello.

Nel frattempo, prosit alla prossima inchiesta: tra le Cassandre e gli sciamani, magari, c’è lo spazio per occuparsi della poesia. Sì, di quella senza virgolette.

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GILDA POLICASTRO è studiosa di letteratura italiana, critica letteraria, scrittrice. Ha collaborato con i supplementi e le pagine culturali di Manifesto, Corriere della Sera, Pagina99 e Reportage. Ha pubblicato i romanzi Il farmaco (Fandango, 2010), Sotto (Fandango, 2013) e Cella (Marsilio, 2015) e libri di poesia tra cui Non come vita (Aragno, 2013) e Inattuali (Transeuropa, 2016). Dal 2017 è docente di poesia contemporanea presso la scuola di scrittura Molly Bloom. 
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