È questione di ore e il primo ministro inglese Theresa May incontrerà Donald Trump alla Casa Bianca.

Il libro dell’Esodo. Le cinque volte che sono partito per venirti incontro. Foto di Ana Blagojevic

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Si discuterà di NATO e immigrazione, forse anche di quanto May ammorbidirà le critiche al Cremlino in cambio di un accordo commerciale bilaterale. In una futura triangolazione tra supercattivi Trump-Putin-May, tuttavia, a uscir male è proprio la premier britannica: troppo integrata nell’establishment tory, troppo poco marziale nei modi. Il massimo a cui ha potuto ambire è stato un paragone con Xi Jinping per lo stile di comunicazione con la stampa.

Theresa May manca della ferinità pastello che scolpì l’immagine di Margaret Thatcher. Se la sua intenzione è quella di abbracciare il processo di disintegrazione della morale pubblica in corso, allora è cruciale pensi prima a ridefinire se stessa.

La «walking art» è forse il mezzo giusto per riuscire a traghettare May a un livello comunicativo superiore.

Un primo passo nella direzione giusta potrebbe essere compattare contro di sé la scena artistica o musicale, cosa in cui la Thatcher riuscì magistralmente. Purtroppo May ha solo due elementi personali che meritino speculazione artistica: le iniezioni di insulina e l’acquisto compulsivo di calzature zarre.

Come i kitten heels a stampa leopardata indossati per il nasty party speech del 2002, o le scarpe con tacco diamantato indossate al varo di una nave militare (in questo, la sintonia con l’asse estetico Mosca/Washington è totale). La walking art è forse il mezzo giusto per riuscire a traghettare May a un livello comunicativo superiore, che sappia meno di ortodossia borghese e più di radicalismo feroce alla Imelda Marcos. E a compiere la sinergia potrebbe essere un artista italiano.

Gioele Peressini centra il profilo da villain di Theresa May con Il Libro dell’Esodo. Le cinque volte che sono partito per venirti incontro, opera che ha meritato il primo premio del concorso Walking with Art – Stonefly Art Prize riservato agli artisti residenti negli atelier Bevilacqua La Masa. La scena che compone l’installazione tutta è, d’altra parte, un prototipo di interior design perfetto per la «Pillared Room» del numero 10 di Downing Street.

Foto di Ana Blagojevic

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Nella sua personale interpretazione del Libro dell’Esodo, Peressini articola cinque azioni che portano il secondo libro dell’Antico Testamento e Il Meraviglioso Mago di Oz di L. Frank Baum su un medesimo piano spirituale. All’ingresso, il pubblico trova a illustrarle un pieghevole lasciato a terra.

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I – Le nostre strade non sono lastricate d’oro.

È l’estate del 2015. May è ancora Segretario di Stato per gli affari interni, alle prese con l’emergenza dei migranti che premono da Calais per raggiungere il Regno Unito. I giornali si riempiono delle storie di chi muore cercando di passare il confine, e riportano la presa di posizione risoluta del ministro: «Migrants think our streets are paved with gold».

Foto di Alfred Agostinelli

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La citazione si offre come titolo per la prima azione. Al centro della sala non un tappeto, ma una coperta termica dorata per il soccorso dei richiedenti asilo (materiale che negli ultimi anni ha invaso la scena artistica: pensiamo a Céline Condorelli in Hangar Bicocca, o ad Ai Weiwei per il Berlin Film Festival). Il foglio isotermico genera un’interferenza, un glitch con l’immaginario pop: i rettangoli che vi fanno da motivo si trasformano nella Yellow Brick Road, la via maestra verso il salvifico Mago di Oz e la Città di Smeraldo.
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II – L’indurimento del cuore.

In un angolo della stanza, una rosa rossa avvizzita. La situazione ideale disegnata dall’artista prevede che un venditore di rose faccia il suo ingresso nello spazio gremito di ospiti, mendicando monete in cambio di fiori; a quel punto ogni invitato rivela il suo peculiare modo di fingere che la persona non esista.

La guida cartacea alla sala trascura i riferimenti religiosi e attinge all’anatomia patologica.

Il titolo allude ancora all’Esodo, alla risolutezza del Faraone sordo alle ragioni di un popolo schiavizzato, ma la guida cartacea trascura i riferimenti religiosi e attinge all’anatomia patologica: Peressini mostra l’indurimento del cuore attraverso il passo di un manuale autoptico degli anni 40 su come estrarre l’organo dal mediastino, o impaginando tra le fonti visive una vecchia radiografia toracica recuperata in un ospedale abbandonato.

Gioele Peressini, guida all’installazione (estratto)

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III – There’s no place like home.

Il corpo oscuro sospeso al centro della scena è l’intersezione esatta tra l’anima biblica e quella pop del racconto. Ispirato alle minuziose istruzioni da sarta con cui, nel libro sacro, Dio ordina il confezionamento del tabernacolo per l’Arca dell’Alleanza, Peressini cuce le pelli nere donate da Stonefly per sagomare la fattoria di Dorothy. La forma riproduce la casa che nel Mago di Oz è sollevata da un tornado in Kansas e poi fatta precipitare sulla malvagia Strega dell’Est. Dorothy, improvvisamente profuga, ne eredita le scarpette magiche.
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IV – ARRENDITI DOROTHY.

Uno striscione da traino aereo giace abbandonato sul pavimento, ma può essere anche issato sul tetto del palazzo ospite. Nell’adattamento cinematografico di Fleming, Surrender Dorothy è il sinistro messaggio d’amore scritto nel cielo dalla strega dell’ovest; qui è riprodotto con dello spray per aerosol.

Gioele Peressini. Foto di Ana Blagojevic

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V – Camminare a lungo in questo buio è molto scomodo.

A chiudere il giro sono le scarpette rosse che Peressini ha fatto confezionare ad Aziz, mastro artigiano di Stonefly. Di dichiarata ispirazione Prada, le calzature si rifanno stilisticamente al sandalo con calzino della casa milanese; nella variazione di Peressini i calzini sono di pelle, le zeppe di cemento.

Oggi si parla di migrazioni, anche se resta la presenza di una violenza che incombe dall’alto e intima «Surrender».

Con le sue pantofole di rubino, Dorothy rievoca la favola anderseniana di Scarpette Rosse, storia di un paio di calzature fatate che si muovono da sole, costringendo la protagonista a danzare senza sosta. Le scarpette rappresentano la pulsione incondizionata della fanciulla, che persiste ignorando ogni ostacolo; potrà liberarsene solo con l’amputazione delle gambe. Un suono di passi echeggia nella sala: è la registrazione in loop di una camminata d’artista su suole di cemento.

Foto di Alfred Agostinelli

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Quando Il Meraviglioso Mago di Oz uscì nel 1900, fu evidente da subito il riferimento politico alla crisi economica americana e al movimento populista, così come l’identità non troppo segreta delle due streghe: l’industriale John D. Rockefeller e il banchiere J.P. Morgan. Quella di Peressini non è una rincontestualizzazione letterale, oggi si parla di migrazioni, anche se resta la presenza di una violenza che incombe dall’alto e intima Surrender.

Il trait d’union è un’umanità che si è persa nel buio e non sa più tornare a casa, un popolo alla deriva del quale non ho mai saputo prevedere o perlomeno interpretare le scelte; ma se i leader eletti devono essere le streghe, che almeno indossino le scarpe giuste.

Gioele Peressini si aggiudica il premio. Foto di Ana Blagojevic

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Theresa prenda spunto da T.S.Eliot: a volte solo un’eresia può salvare un sistema conservatore agonizzante. È quel tocco perverso che le manca, ciò che può fare delle sue Russell & Bromley le scarpette giuste da sfilarle in futuro, una volta che la fattoria le sarà caduta addosso.

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ALFRED AGOSTINELLI ha un nome per gli studi in medicina, uno rubato alla Norvegia per i social networks, mentre qui e altrove è Alfred Agostinelli, fotografo più o meno inadeguato. Vogue Italia ha la responsabilità di aver assecondato il suo amore per la pellicola; da lì ad ora è stato tutto uno scendere nel gorgo iridato dell’editoria indipendente.
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