Giacinto Scelsi, conte di Ayala Valva, nasce l’8 gennaio 1905 a Pittelli, allora frazione di Arcola, in provincia di La Spezia.

Ma è a Roma che resta legato indissolubilmente. È a Roma che, già in là con gli anni, si fa portare dal suo autista nei loft e negli scantinati di Trastevere per assistere ai concerti di MEV e di altri capelloni drogati; è a Roma che fonda un’etichetta discografica con Alvin Curran e Roberto Laneri, Ananda (pubblicherà soltanto 5 dischi, tutti piccoli capolavori); è a Roma – in uno splendido palazzo di fronte al Palatino, in Via San Teodoro 8 – che ospita amici, giovani e musicisti per parlare di musica, confrontarsi e ascoltare di tutto.

Ed è a Roma che morirà, nell’agosto del 1988.

Uno dei pochi ritratti di Giacinto Scelsi che non amava farsi fotografare

Giacinto Scelsi © Archivio Fondazione Isabella Scelsi

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Poeta, filosofo, ma soprattutto compositore molto ignorato e quasi boicottato in vita dagli ambienti della musica accademica, ribelle nei confronti dell’imperante serialismo e anticipatore di Ligeti: Scelsi, come spesso capita, viene riscoperto a morte avvenuta. Una riscoperta che, stando al musicologo Harry Halbreich, potrebbe far riscrivere un pezzo della storia della musica del Novecento.

Giacinto Scelsi preferiva firmarsi con un cerchio posto sopra una linea retta. È stato tra i primi, forse il primo, a introdurre concetti, modi, idee di altre culture nella musica occidentale; il primo in Italia a guardare a Oriente: all’India, al Giappone, alla musica tibetana e perfino al gagaku imperiale nipponico.

«È il suono ciò che conta, più che la sua organizzazione, la quale avviene e cambia secondo le epoche, i popoli e le latitudini. La musica non può esistere senza il suono. Il suono esiste di per sé senza la musica. La musica evolve nel tempo. Il suono è atemporale. È il suono che conta. E il suono è forza.»

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La sua particolare filosofia riguarda anche la didattica musicale, e si può riassumere nell’assunto non studiate. Consiglio valido almeno per chi avesse talento: quasi totalmente autodidatta, Scelsi sosteneva che dovessero studiare solo quelli che talento non ne avevano, e che applicandosi avrebbero almeno potuto diventare rispettabili e onesti artigiani della musica. «Per gli altri sarà lo slancio creativo stesso a dare loro forma».

Scelsi può essere considerato senza forzature il padrino della drone music e del minimalismo, in grado di anticipare La Monte Young, Eliane Radigue, e Nurse With Wound.

Se l’accademia italiana non gli ha certo tributato non diciamo i giusti onori, ma nemmeno una degna dose di attenzione, molti sono gli intellettuali e gli artisti che lo hanno apprezzato nel corso degli anni. Bastino per tutti i nomi di John Cage e Morton Feldman, che lo definì “il Charles Ives italiano”; o, spostandoci in un altro campo, quello del poeta e scrittore Henri Michaux.

È interessante notare come, a differenza di molti nomi legati alle istituzioni e allo sperimentalismo più inquadrato (scuola di Darmstadt e figli), Scelsi rimanga tra i compositori dell’epoca più attuali, più piacevoli, più ascoltabili tuttora – apprezzato anche da un pubblico più giovane e meno paludato, più tangente al mondo del pop rock che non a quello della classica. E allo stesso tempo, può essere considerato senza forzature un vero e proprio padrino della drone music e del minimalismo, in grado di anticipare il rivoluzionario impiego di tecniche distanti galassie dalla musica occidentale messo in opera da La Monte Young, così come il suono di Eliane Radigue, o il momento di rottura nel “rock” di un Soliloquy For Lilith dei Nurse With Wound.

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Giacinto Scelsi © Archivio Fondazione Isabella Scelsi

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Esiste una questione scottante, un “caso Scelsi” che vogliamo toglierci subito di torno.

Il fatto è che il compositore, anzitutto per via dei suoi problemi di salute e di vista, non ha praticamente mai scritto una nota in vita sua. Di base la “composizione” avveniva soprattutto tramite improvvisazioni su tastiera elettronica Ondiola (versione italiana del clavioline, in qualche modo precursore del sintetizzatore), poi registrate, trascritte e arrangiate/orchestrate dai suoi collaboratori: il più noto e costante, Vieri Tosatti, dopo la morte di Scelsi ha rivendicato la paternità oggettiva di molte opere, facendo gridare tanti allo scandalo.

Da questo si possono ricavare infinite riflessioni sulla paternità delle opere d’arte, sulla legittima frustrazione di un compositore meno noto, sul “dilettantismo” e l’approccio poco ortodosso di Scelsi, e su come questo approccio all’epoca dovesse essere quasi tenuto nascosto (ma pare che Tosatti ne parlasse apertamente e con divertimento): in realtà poco ci importa. Che si voglia considerare Scelsi un genio, o attribuire i meriti equamente al duo Scelsi-Tosatti, poco cambierebbe del valore oggettivo delle opere.

Numerosi gli episodi bizzarri, come quando in un lussuoso hotel di Parigi si guadagnò la fama di “quello che dormiva nell’armadio”.

Non dimentichiamo che Scelsi era un intellettuale a tutto tondo, affascinato dalle più svariate culture, scuole e tradizioni, vicino soprattutto agli insegnamenti di Rudolf Steiner e al pensiero antroposofico. La summa del suo percorso è il libro autobiografico Il sogno 101 (Quodlibet, 2010), un dialogo con i propri demoni dettato e registrato nel 1973 con l’ordine che non venisse pubblicato prima di quindici anni dalla sua morte.

Il libro è stranamente e inaspettatamente divertente, pieno com’è di racconti delle sue disavventure mediche. Scelsi infatti ha passato la vita a combattere con i propri nervi – racconta di avere curato il grave esaurimento causato dall’abbandono della prima moglie suonando ripetutamente e ossessivamente la stessa nota di pianoforte – e con una forte spossatezza che lo metteva fuori gioco per giornate intere dopo minimi sforzi. Per questo, oltre che per una certa pigrizia aristocratica, non si alzava mai prima di mezzogiorno, e la sua giornata non cominciava mai davvero prima delle cinque.

Aveva in odio assoluto i rumori forti, le conversazioni troppo lunghe, i rumori del traffico o dei lavori in corso, che gli procuravano grandi disagi. Anche per questi motivi gli era difficile condurre una vita normale; numerosi gli episodi bizzarri, come quando in un lussuoso hotel di Parigi si guadagnò la fama di “quello che dormiva nell’armadio” (l’unico posto dove riusciva a stare al riparo dai rumori del corridoio), o quando nel bel mezzo di una cena si sdraiava in terra, sul marciapiede o in un angolo del locale, “a distruggere le tossine” (accadde anche quella volta che, insieme a Boulez e Stockhausen, fu invitato dal musicologo russo Pierre Souvtchinsky, che considerava i tre “le grandi forze della musica” del tempo.)

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Giacinto e Isabella Scelsi © Fondazione Isabella Scelsi

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Scelsi faceva la spola tra ogni tipo di dottore, guaritore, santone: «C’è stato il medico per cui tutto dipendeva dalla pelle, il medico per cui tutto dipendeva dal sedere, il medico per cui tutto dipendeva dagli occhi, il medico per cui tutto dipendeva dal cervello, il medico per cui tutto dipendeva dal naso, il medico per cui tutto dipendeva dall’intestino…»; problemi ai quali si aggiungono poi anche quelli alla vista, causati dalle complicazioni di un’anestesia. Disavventure che nel libro sono narrate in tono diretto, colloquiale, persino scherzoso.

Al fianco di capitoli sulla Costa Azzurra, sul bel mondo dell’alta società, i balli, la sua nobile famiglia, la guerra, Peggy Guggenheim a Venezia, e dei racconti di quando, ancora giovanissimo, “aggrediva” il pianoforte annoiato dalle sue tonalità classiche, restano le riflessioni sulla musica, e il diario intellettuale in cui Scelsi annotava scrupolosamente ogni nuova fascinazione: lo yoga, le teorie sul karma, l’energia e l’universo – anche se i suoi demoni rimbrottano: «quando raccontavi le tue storie eri soltanto stupido, ora che stai filosofeggiando a sghimbescio sei anche noioso!»

E poi gli incontri: da Michaux a Cage, nel periodo in cui è in Italia e partecipa a Lascia o Raddoppia; e Cocteau, Herman Hesse, Virginia Woolf, Ravi Shankar di cui Scelsi e Frances McCann organizzano il primo concerto italiano. Molte le pagine dedicate a Frances, Francesca nel libro, la ricchissima gallerista che fu compagna di Scelsi fino al ’63, quando lo lascia per andare in India da Krishnamurti.

Se poco è stato pubblicato in vita, oggi si può trovare inciso un buon numero di sue composizioni, sempre eseguite da ottime orchestre e strumentisti.

Innanzitutto la serie The Scelsi Edition, uscita su Mode: imprescindibile il Sesto Volume, che comprende La Nascita del Verbo (1946-8, per coro e orchestra), Uaxuctum (1966, dark ambient ante litteram per onde martenot, sette percussionisti, timpano, coro e orchestra di ventitré elementi) e soprattutto – per chi parte da fascinazioni drone – il memorabile Quattro Pezzi Su Una Nota Sola (1959), per orchestra di venticinque musicisti. A dispetto delle aspettative, il brano è pieno di armonici e non privo di una certa perversa, oscura dinamica: «Senza note cosa resta? La sintesi dell’elemento statico e dinamico, che non era mai stata fatta prima. E la vibrazione di un solo suono costante»).

E poi il Volume Dieci per violino solo, con dentro la splendida L’Âme Ailée, L’Âme Ouverte (1973) e quel Xynobis (1964) che, secondo Scelsi, a Parigi venne definito “una bomba”: un solo strumento che in sedici minuti suona una sola nota, con i suoi quarti di tono. Lui lo ritiene il suo pezzo più radicale e influente, anche più dei quattro per orchestra.

Consigliamo anche il nono volume, dedicato alla viola, con Elegia per Ty (1958) e la splendida Manto (1957).

Ma fondamentali sono anche Natura Renovatur su ECM, che oltre al lavoro omonimo (1967) include pezzi da camera come Ohoi (1966) e Anagamin (1965); la raccolta su Kairos che comprende Yamaon (1954-8), Anahit (1965) e soprattutto Okanagon (“il battito del cuore della terra” per arpa suonata in maniera non ortodossa, contrabbasso e percussioni, 1968); il bellissimo doppio cd su Stradivarius (Scelsi Collection vol. 5) in cui l’Arditti String Quartet interpreta tutti i suoi quartetti d’archi; il disco su Accord di lavori orchestrali che unisce Aion (1961), Pfhat (1974) e Konx-Om-Pax (1979).

E infine l’edizione su Wergo dei Canti del Capricorno (1962-72), interpretati dalla voce incredibile della cantante giapponese Michiko Hirayama, poi destinata ad altre fortune ma della quale Scelsi rivendica la scoperta, con la verve polemica che lo caratterizza: «In quanto giapponese era stata subito scritturata per la parte di Butterfly […] in compagnie di second’ordine. Per vivere lei aveva accettato e per molti anni non aveva fatto altro. Quando la incontrai sentii la qualità di una voce orientale che mi interessava particolarmente e le chiesi se poteva cantare i quarti di tono. Rispose di sì. […] Nessun’altra cantante è capace di eseguire le mie liriche come lei, con il tono, il timbro di voce che a me piacciono. Ora essa è diciamo pure famosa; molti compositori hanno scritto per lei, e così è forse un po’… dimentica dei suoi inizi. Ma ciò non ha importanza, è un fatto comune a tanti. Non sono pochi i musicisti che presero l’avvio dalla mia musica e dalla mia amicizia, e che poco se ne ricordano. Ma – ripeto – non importa.»

In tutte le sue opere ci troviamo di fronte a musica che richiama cerimonie oscure e primitive, segnata da una certa lentezza ma capace di regalare brividi estatici.

Diceva Scelsi che il suo lavoro non doveva esser letto come una semplice “sperimentazione sonora”, ma che questo poteva essere chiaro solo a chi faceva un certo percorso – verso la quiete, la meditazione e verso l’assoluto, quel che non è individuale. L’arte non deve dire “io”, che è invece una prerogativa del mondo occidentale; non deve essere espressione di sé, un “racconto di sentimenti” per il godimento per pochi ascoltatori privilegiati.

L’arte sarebbe invece “la vibrazione di un ordine superiore” che opera per l’evoluzione del mondo, e i veri artisti devono farsi intermediari tra un mondo e l’altro. Scelsi non esitava a considerarsi un “postino”, uno che riceve dei messaggi e li consegna.

«Ora l’uomo costruisce le musiche sempre più col suo piccolo cervello, non le riceve più dall’alto, né dal cielo né da qualsiasi Deva o deità. Non le riceve e neanche più le chiede.»

Un messaggio che ha saputo tramandare è quello dell’attenzione, della curiosità (pare fosse proverbiale la sua disponibilità ad ascoltare tutto quello che gli veniva sottoposto) e dell’amore per la musica: una vita dedicata a una passione, per sé, per gli altri, e soprattutto per i posteri. Un impegno – così avrebbe voluto lo leggessimo – rivolto al mondo, all’universo.

«In un certo senso la missione del musicista è di trasmettere la musica dagli dèi alla Terra e poi di rivolgerla nuovamente alla deità e al divino. Oggi, e già da tempo, soprattutto in Occidente, è in atto uno scadimento da tale dialogo, dialogo che potrei chiamare mistico, tra l’uomo e la divinità, per mezzo della musica. Ora l’uomo costruisce le musiche sempre più col suo piccolo cervello, non le riceve più dall’alto, né dal cielo né da qualsiasi Deva o deità. Non le riceve e neanche più le chiede, non le ricerca in quella zona, a quel livello. Se le fa da sé, se le costruisce col suo piccolo cervello, e poi non le rivolge neppure verso l’alto; le produce per i suoi simili, o per nessuno, o per se stesso, o per denaro. Vi sarebbe proprio da chiedersi se la situazione del mondo attuale non dipenda in qualche modo da questo mancato dialogo, dall’interruzione di questo circolo di vibrazioni che discende e poi risale verso la divinità».

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Giacinto Scelsi © Archivio Fondazione Isabella Scelsi

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Parlando dei grandi mistici, gli yogi, i saggi, Scelsi comprende i dubbi su «questi che passano il tempo e la vita a meditare su loro stessi e sull’aldilà, imperturbabili quando intorno ad essi i loro fratelli muoiono di fame, di miseria e di malattia». Introduce allora il concetto di azione senza azione, citando eremiti, anacoreti, conventi, certose e clausure, ashram e monasteri: «L’efficacia della meditazione e della preghiera è sempre stata indiscussa, sia per il progresso individuale sia per un’azione occulta e trascendentale diretta o intercessoria per tutta l’umanità».

Ci ricorda qualcosa: ci ricorda la vita di un musicista inascoltato, non rappresentato, che neanche scriveva i suoi pezzi ma che a questa sorta di preghiere – musica per altri mondi – dedicava la vita. Per un bene superiore, che era anche quello di chi non stava ascoltando, o avrebbe ascoltato decenni dopo.

La Fondazione Isabella Scelsi, che Giacinto stesso fondò dedicandola alla sorella defunta, continua la sua opera di trasmissione ai posteri curando l’edizione di tutte le opere e degli scritti, e occupandosi dell’abitazione di via San Teodoro 8, trasformata in una casa-museo dall’archivio sterminato, sede di concerti e iniziative.

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Nota: Tutte le parti citate tra virgolette sono citazioni, a volte leggermente adattate, da G. Scelsi, Il sogno 101 (Quodlibet, 2010). Un ringraziamento ai curatori Luciano Martinis e Alessandra Carlotta Pellegrini, estensori di note complete e puntuali.

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FEDERICO SARDO scrive principalmente per VICE e Zero; ha scritto almeno una volta per Il Mucchio Selvaggio, Il Post, Rumore, Soundwall e Bastonate. Ha collaborato per tre anni con Resident Advisor. È un quarto di Flying Kids Records, con cui ha anche pubblicato il libro antologico “Non ti divertire troppo: 1980-1999 20 anni di rock alternativo americano visto da qui”. Compra troppi dischi.
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