L’eutanasia si pone al centro, cioè alla fine, del problema del corpo. Una lunga tradizione religiosa sostiene che il corpo non appartiene a chi lo abita ma è, per così dire, concesso in comodato d’uso e soggetto, pertanto, ad abusi. Sono abusi il sesso prematrimoniale, il sesso tra corpi troppo simili, l’uso di sostanze stupefacenti, specialmente quelle proibite dalla normativa vigente.

Marco Cappato. Illustrazione di Davide Baroni

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Il corpo viene regolamentato, controllato e disciplinato in tutte le forme del piacere ma anche in quelle del dolore, ci dice l’eutanasia. Eutanasia è rinunciare al comodato d’uso di questo corpo; ma nel contratto con il divino che ci viene letto e riferito da clero e ceto politico, si tratterebbe di una prospettiva terrificante, da negare, a costo di andare contro la volontà di un uomo nel pieno possesso delle sue facoltà mentali. Le condizioni possono essere atroci, come una malattia incurabile, gravemente invalidante che ti costringe al letto e ti priva della vista, e il contratto rimane vincolante.

Così è successo a Fabiano Antoniani, in arte Dj Fabo, che ha dovuto farsi accompagnare in macchina in un altro paese per morire al riparo dal contratto con Dio. L’autista era Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, due volte eurodeputato e consigliere di Milano. Cappato fa politica con i Radicali da quando aveva vent’anni e ha collezionato arresti in giro per l’Europa, disobbedendo civilmente a tutta una serie di divieti metafisici. Gli mancava l’Italia, così, di ritorno dalla clinica Svizzera dove è morto Dj Fabo, si è spontaneamente consegnato ai carabinieri e ora è indagato per «aiuto o istigazione al suicidio».

Il parlamento sta discutendo in questi giorni una proposta di legge sul consenso informato, che lui stesso ha definito «legge compromesso» perché evita di affrontare direttamente eutanasia e fine vita e che sta comunque subendo l’ostruzionismo di certe forze politiche. Noi di Pixarthinking abbiamo fatto qualche domanda a Cappato riguardo i fatti recenti e le problematiche filosofiche, religiose, politiche e umane che sollevano.

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Da molti anni conduci battaglie sul testamento biologico e il suicidio assistito. Cosa è cambiato da Welby a oggi in questo paese?

Welby ha fatto riconoscere pubblicamente un problema che già tutti avevano vissuto privatamente a fianco di familiari e amici. La questione della libertà di scelta alla fine della vita è diventata così un fatto politico, che in dieci anni ha conquistato consensi sempre più ampi.

Anche dal punto di vista delle regole, si è passati dal proscioglimento del medico di Welby, Mario Riccio, alla sentenza Piludu di qualche mese fa, dove è stato direttamente il Tribunale di Cagliari a ordinare alla Asl di sedare il paziente e staccare il respiratore, su sua richiesta.

«Ogni azione umana può avere un risvolto economico, e questa è una ragione in più per regolamentare contro eventuali abusi».

I diritti riproduttivi e arcobaleno trovano nei movimenti femministi e LGBTQ un terreno di lotta e di rivendicazioni costanti. Il dibattito sull’eutanasia arriva sporadicamente all’attenzione dei media, e di conseguenza della politica, sempre trainato da casi singolari. Come si organizza una lotta per persone determinate ad abbandonare questo mondo?

Questo è il vero problema: chi vive personalmente il dramma di una malattia terminale non è nella predisposizione di rendere pubblica la propria esigenza. La possibilità di scegliere le modalità della propria morte è un’esigenza diffusa, ma invisibile, nascosta. Servirebbe un servizio pubblico dell’informazione radiotelevisiva che facesse il proprio dovere, con approfondimenti e dibattiti.

L’Associazione Luca Coscioni, della quale sei tesoriere, è l’unica realtà che si batte tutto l’anno?

Ci sono tanti gruppi e realtà, anche a livello locale, a volte uniti attorno a una singola persona, o a una piccola associazione, oppure a un gruppo di professionisti, come dei medici. Sono organizzazioni fragili, di frontiera, su temi che saranno quelli del futuro.

Cappato all’uscita del comando dei Carabinieri di via Fosse Ardeatine a Milano, dove si è appena autodenunciato.

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La questione dell’eutanasia viene spesso paragonata a quella dell’aborto. Ma se in quest’ultimo caso il fronte reazionario può fare leva sulla sovradeterminazione della volontà di un presunto soggetto vivo, riguardo l’eutanasia si fa valere la parola di Dio contro la parola, e la volontà, di un uomo. Come ti spieghi la forza di questo argomento in un mondo così secolarizzato?

Infatti sono argomenti che non hanno alcuna forza. Persino coloro che non sceglierebbero mai l’eutanasia faticano a trovare motivi per impedirlo agli altri. Anche la richiesta di aiutare i malati a vivere attraverso assistenza e cure palliative è una richiesta importante, che però non ha senso contrapporre all’eutanasia.

Nel tristemente noto post di Facebook, Adinolfi accostava le cliniche svizzere alla Germania nazista. Sorvolando sul paragone, mi ha colpito che l’obiezione non fosse di ordine religioso, ma economico: «guardate, qua c’è un business». Vi vengono rivolte spesso accuse di questo tipo? Come rispondi?

La domanda di fondo è: a chi appartiene la mia vita? Ogni azione umana può avere un risvolto economico, e questa è una ragione in più per regolamentare contro eventuali abusi, non per proibire alla cieca.

Rigirando il discorso, ci sono secondo te degli interessi più pragmatici, magari economici, dietro le battaglie contro una legge sul fine vita o è una delle ultime questioni puramente ideologiche?

C’è una logica di business anche dietro all’ostinazione di tenere biologicamente in vita persone che sono morte da anni, che non torneranno mai più a una vita cosciente. Naturalmente questa non è una buona ragione per non provarle tutte, se è questo che avrebbero voluto.

«Fare previsioni non mi appassiona: se stiamo con le mani in mano, ci potrebbero volere altri 20 anni».

Tra le reazioni a questa vicenda, spicca anche quella di Paola Binetti che ha esortato Fabiano a continuare a vivere, citando Pavese, un suicida. Qual è la cosa più ridicola che hai sentito in anni di lotta?

Mi fa sorridere la frase «la vita è un dono, dunque non possiamo disporne». E che razza di dono sarebbe mai?

Il rapporto di voi Radicali con il diritto e la legalità è storicamente complesso. Da un lato riconoscete lo stato di diritto e lottate per cambiare le leggi, dall’altro fate atti di disobbedienza civile contro la legislazione presente. Credi di aver commesso reato accompagnando in Svizzera Fabiano Antoniani?

Sarebbe contraddittorio se io pretendessi l’impunità. Fare disobbedienza civile significa innanzitutto essere pronti a risponderne. È possibile che io abbia violato una legge – questo lo stabilirà la giustizia italiana – ma ritengo di averlo fatto in nome di principi superiori.

L’autodenuncia è un modo per risolvere il conflitto tra rispetto della legge astratta e violazione di quella concreta? Suona molto Socratico, se mi concedi il paragone…

Non è solo un ragionamento astratto e filosofico, ma anche una concreta valutazione giuridica: le norme del codice penale fascista ancora in vigore che puniscono l’aiuto al suicidio senza alcuna distinzione a mio avviso configurano una violazione di principi costituzionali. L’affermazione di un diritto superiore è il filo che lega le azioni nonviolente: senza azzardare paragoni troppo ambiziosi, è quello che ho imparato in casa radicale.

Con Marco Pannella a Bruxelles, dicembre 2007. Via Flickr/dumplife

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Parlando di disobbedienza civile, cosa pensi dei medici che, di concerto con il malato e la famiglia, interrompono le cure all’oscuro della legge?

È un atto molto rischioso, ispirato da pietà e compassione, che però espone anche ad errori. Non si può dare un giudizio unico, ogni caso è diverso, ma certamente in determinate condizioni è più umano e coraggioso di quanto non sia girare la testa dall’altra parte. Ma non è disobbedienza civile, è disobbedienza e basta.

In questi giorni alla Camera è in discussione una proposta di legge sul consenso informato che però non affronta direttamente il suicidio assistito. È un primo passo?

Se la legge non sarà svuotata con gli emendamenti, potrebbe servire a rendere immediatamente accessibile a tutti il diritto a interrompere qualsiasi cura sotto sedazione, anche quando ciò conduca alla morte, e anche attraverso il testamento biologico. Se così sarà, sarà un passo avanti importante.

Quante speranze riponi in un’Italia con una legislazione decente sul fine vita nei prossimi anni?

Fare previsioni non mi appassiona: se stiamo con le mani in mano, ci potrebbero volere altri 20 anni. Se sapremo coinvolgere il Paese, entro una anno avremo una buona legge sul biotestamento ed entro tre anni la legalizzazione dell’eutanasia. Avremmo potuto averla 40 anni fa, quando la presentò per la prima volta Loris Fortuna, se il movimento dei diritti civili dopo divorzio e aborto non fosse stato fermato.

Un’ultima cosa. I vostri oppositori vi dipingono come dei fanatici del suicidio. Rassicuriamoli: qual è la tua citazione pro-vita preferita?

«Allacciatevi le cinture, non potete farmi regalo più grande» ha raccomandato Fabo ai suoi amici, un’ora prima di andarsene. Non aveva perso il senso dell’importanza della vita.

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ALESSANDRO LOLLI nasce a Roma nel 1989. È redattore di Dude Magazine e ha scritto su Nuovi Argomenti, Prismo, VICE, Soft Revolution Zine e altrove. Ha una laurea in filosofia e un lavoro in un centro di scommesse sportive.
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