«This is a spell for getting out of girlhood alive.»
Joni Murphy, Double Teenage

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Negli ultimi anni, il tema dell’amicizia femminile è stato sviscerato in diversi prodotti di fiction: dalla tetralogia di Elena Ferrante al recente Swing Time di Zadie Smith, da Friendship di Emily Gould a Girls di Emma Cline.

Libri che hanno avviato riflessioni politiche sul tema dell’amicizia radicale tra donne, approfondendo le contraddizioni sentimentali di un rapporto che non si sostituisce agli altri affetti ma si ramifica fino a sostenerli, formando l’infrastruttura di nervi e aspirazioni attraverso la quale una ragazza si lancerà nel mondo.

Joni Murphy

Joni Murphy

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Alla lista si è aggiunto da poco Double Teenage di Joni Murphy, scrittrice e performer di stanza a New York ma nata in Texas e cresciuta in New Mexico. Murphy viene dalla scuola di Chris Kraus e Kate Zambreno e come loro è interessata a donne che si muovono tra arte contemporanea, letteratura e politica, ma ha un modo tutto suo di alternare fiction e critical theory, con una cifra intima, poetica e intelligente.

La storia di Celine e Julie – i nomi delle protagoniste derivano da Julie Go Boating di Jacques Rivette – è quella di due preadolescenti che escono dal pantano della scuola media avvicinandosi al mondo del teatro nel doposcuola, prima di iniziare a sperimentare con le droghe e i ragazzi al liceo e di separarsi durante gli anni del college, dove studieranno arte contemporanea.

«Ho cercato di essere fedele al posto in cui sono cresciuta, un New Mexico che era pieno, ma pieno di cose che la fiction taglia fuori».

Quello che rende particolari queste due ragazze (anche se non dovrebbe, e il punto di Murphy è proprio questo) è che crescono in una zona di confine, in un paesino desertico del New Mexico pattugliato dalle unità del Border Patrol. Il genere di luogo in cui le adolescenti non ci sono, perché spariscono letteralmente: le ragazze sono quelle che scappano di casa, diventano clandestine, vengono stuprate e massacrate in quel teatro della violenza che è diventato l’avamposto di Ciudad Juárez dagli anni Novanta in poi, nel crescendo di crimini seriali affrontato da Bolaño in 2666.

Una delle cose belle di Double Teenage è la sua capacità di ricordare al lettore che per ogni adolescente che sparisce ce n’è una che fa da testimone, chiedendosi perché l’ha scampata; ma anche la sua volontà di popolare il deserto e riempire il confine, inserendo dettagli di vita suburbana che lo rendono un posto più complesso e stratificato. Di solito la rappresentazione del Southwest americano si focalizza sulla violenza e sul vuoto, anche a causa di una certa letteratura e serialità machista (Cormac McCarthy, Breaking Bad).

Double Teenage, Joni Murphy

E quando l’enfasi non è sull’Absolutely Nothing o sui crimini seriali, allora si fa largo la magia dei post-hippie (la madre di Celine è una di questi) che si fanno scattare una fotografia sotto al cartellone Land of Enchantment messo in bella vista prima di entrare in New Mexico. Il deserto è sangue e cristalli, ma entrambe le metafore sono stantie oggi che Texas, California e New Mexico stanno diventando i laboratori della futura democrazia (o apocalisse) americana. È come se le aree di confine fossero state colonizzate dai guru New Age e poi popolate da tribù à la Mad Max, senza avere avuto la possibilità di formare una propria borghesia e di rigettarla con il punk.

Nel libro di Joni Murphy, invece, ci sono sia la classe media che il nichilismo. Il primo capitolo del libro si chiama No Country for Young Girls: se il Southwest non è fatto per vecchi, figuriamoci com’è crescerci per due adolescenti come Celine e Julie. Eppure sono lì e sono vive, e arriveranno all’università sapendo qualcosa in più degli altri. Julie si estranea in classe quando i docenti parlano del deserto come un referente mutevole, dato che lei in quei posti ci è cresciuta. «Capiva la teoria. Ma cosa significava per le vere persone del deserto

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Julie guarda La rabbia giovane,
Zabriskie Point, Paris, Texas: deserti diversi che suscitano gli stessi sentimenti. Per gli artisti, le persone che ci vivono hanno la stessa funzione delle rocce e delle lucertole; persino autrici accorte come Joan Didion e Rachel Kushner, che di queste badland hanno scritto benissimo, non si discostano molto da un certo misticismo ambiguo.

«Il deserto è come una musa per molte persone, da intendersi come una musa femminile in senso tradizionale, e le persone tendono a proiettare un vuoto su un’entità reale, viva. Ho cercato di essere fedele al posto in cui sono cresciuta, un New Mexico che era pieno, ma pieno di cose che la fiction taglia fuori», mi dice Murphy attraverso una serie di note frammentate inviate via mail. Trattare il vuoto è più facile e seducente, ma Murphy a suo modo ha anche una missione etica, e Double Teenage è pieno di considerazioni morali su cosa significa essere una ragazza cresciuta al margine.

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ACCELERAZIONISMO E PATRIARCHIA

C’è una scena epica ne La trama del matrimonio di Eugenides in cui la protagonista Madeleine, alle prese con i suoi studi sul romanzo vittoriano, si ritrova a un corso di semiotica con ragazzi cupi, rasati e foucaultiani, che ascoltano post-punk, hanno la risposta pronta e la fanno sentire improvvisamente non intelligente, lei che è sempre stata una secchiona.

In Double Teenage c’è una scena altrettanto potente relativa a quando Julie va al college, che risuona familiare a chiunque si sia imbattuto in certe frange all’università: «alla sua cerchia piacevano la decadenza e l’utopia, Bataille e Marker […] Era un’estetica di sedativi e non di eccitanti, di scavi e degrado e non di demolizione e ricostruzione, dell’usato e non del tecnologico, l’idea di Detroit ma non l’idea di Beijing, una visione messianica della storia e non un abbraccio perverso dell’originalità individuale».

È la fotografia perfetta dei fan scalmanati della critical theory: gli stessi che hanno il santino di Žižek nel portafoglio e che dall’elezione di Trump portano avanti la causa del «meglio esasperare la contraddizione del capitalismo fino alle sue estreme conseguenze». La sinistra radicale appagata dal male a fini terapeutici.

Dalla performance «Victory over the sun was never won in the west» (2012), foto di Joni Murphy

Dalla performance «Victory over the sun was never won in the west» (2012), foto di Joni Murphy.

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Nelle ultime settimane, stampa e network televisivi stranieri hanno ospitato diverse opinioni di questo tipo – celebre lo sbrocco di Brian Eno sul Guardian –, e mentre guardavo una puntata di Newsnight in cui Pankaj Mishra presentava il suo saggio Age of Anger, sono stata colta da un pensiero imbarazzante, che riesco a confessare solo ad amici intimi e a Joni Murphy mentre cerco di intervistarla: tutti gli accelerazionisti che conosco, tutti gli apologeti di Trump che percepisco molto più intelligenti di me, sono ragazzi.

Non ho mai stabilito una connessione diretta tra accelerazionismo e patriarchia, e non credo che le donne siano state fatte per costruire e siano estranee alla distruzione dei corpi (che dire delle ragazze che si tagliano come Celine, quelle che fanno impazzire i filosofi, quelle che lo stesso Žižek cita in Welcome to the Desert of the Real?). Ragionamenti di questo tipo mi fanno sentire come una maestra d’asilo che fa giocare i maschietti con le macchinine e le femmine con le bambole, eppure è uno schieramento di campo che avverto e ha un’eco sinistra.

«La teoria secondo la quale bisogna passarci attraverso per uscirne immagina un futuro mitico che io non credo stia per arrivare».

«Nel corso della mia vita, mi sono sentita attratta ma anche esasperata dalla theory. Volevo descrivere questa oscillazione che penso sia comune a molti», mi dice Murphy. «A volte la stessa theory mette in luce questi estremi, e può avere un tono religioso nel creare outsider e insider. Uno dei suoi aspetti più machisti ed evasivi è dire: se non se d’accordo è perché non capisci o non hai letto questo e quello. A volte, al suo peggio, sembra un gioco che le persone fanno per ottenere punti intellettuali, invece che uno strumento per vivere e interagire con la realtà in maniera etica e connessa».

«Quando ho iniziato a studiare un po’ di theory letteraria e politica, mi sembrava tutto esoterico ma euforizzante, avevo trovato modi per capire guerre, film e come funziona la propaganda. Da giovane, leggere quei libri sembrava sano. Non capisco per nulla la sinistra che sostiene Trump, l’accelerazionismo ora mi dà la nausea. Forse a volte ho ancora paura di non essere abbastanza intelligente, ma se esserlo significa mettere da parte animali, piante, oceani soffocati dalla spazzatura, persone con lavori di merda che li intossicano, senza lavoro o assistenza sanitaria, allora non voglio essere intelligente. La teoria secondo la quale bisogna passarci attraverso per uscirne immagina un futuro mitico che io non credo stia per arrivare».

Untitled, 2013. Foto di Joni Murphy

Untitled, 2013. Foto di Joni Murphy

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E qui veniamo all’altro motivo per cui Double Teenage è una lettura così forte: per la sua capacità di preservare l’intimità dell’adolescenza, l’anelito verso il pensiero radicale, e soprattutto il desiderio di restare umani. Il problema non è che non si parla di ciò che succede in posti come Ciudad Juárez, ma il fatto che non si parla di quello che succede prima. Murphy non trasforma le ragazze che scompaiono in fantasmi, anche se non le chiama per nome. Il confine, il luogo di delitti efferati, diventa sempre il posto del dopo, delle conseguenze. Siamo attratti da una rappresentazione nichilista ed estetica della violenza, perché a suo modo la disinfetta.

E abbiamo paura della morale nell’arte: tutti i miei anni universitari, alla fine, sono stati una specie di training contro l’empatia. Allo stesso modo, però, sono consapevole che l’etica può sbranare il bello, e uno degli aspetti di cui si discute meno quando si parla della presidenza Trump è l’arte mediocre che dovremo sopportare nei prossimi anni, quella che diventerà importante solo perché si oppone alla dittatura.

Murphy si è chiesta a lungo come rappresentare le donne stuprate o assassinate. Ha letto molto sulla violenza basata sul genere. Ha studiato il femminicidio in Messico, le donne indigene scomparse e uccise in Canada, ma mentre scriveva il libro ha scelto deliberatamente di non approfondire i casi specifici. E lo ha fatto perché «la cultura americana si sente troppo a suo agio con le rappresentazioni delle donne morte. La città di Juárez è diventata uno spazio spettacolarizzato di violenza, stupri, omicidi, droghe. Quando si trattano questi argomenti è facile riprodurre quello che sai già e che credi sia giusto. Ho preferito continuare a indagare e creare una descrizione di riflessi che comprendesse me stessa e le ragazze che sono cresciute lungo quel territorio».

Al momento, Murphy sta lavorando a un altro romanzo. Dice che sarà strano, più incentrato sulla fiction e non vuole parlarne molto. Ma ci sono New York City, l’eredità del colonialismo e dell’immigrazione, e degli animali. Sta pensando molto alle pratiche assurde con cui Pynchon nominava le cose nei suoi libri. Le dà molta gioia, dice nel suo ultimo appunto che ho letto.

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Immagine d’anteprima: Joni Murphy, foto di Stephanie Acosta

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CLAUDIA DURASTANTI, scrittrice e traduttrice nata a Brooklyn nel 1984. Ha scritto di musica e libri per Il Mucchio e altre testate. Ha tradotto Il fantasma del sabato sera (minimum fax 2012) e il romanzo d’esordio di Nickolas Butler, Shotgun Lovesongs (Marsilio 2015). Il suo ultimo libro è Cleopatra va in prigione (minimum fax 2016). Vive a Londra.
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