In questi ultimi mesi ci siamo ritrovati sotto agli occhi un bel po’ di mappe.

deniswood_02

Unmappable. Via Facebook

.

Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia: su queste mappe i nostri occhi si sono posati, soddisfatti o incazzati, riconoscendo, ragionando, disperando.

Come i miti e le religioni, le mappe sono strumenti inventati dall’uomo per aiutarsi a comprendere, per garantirsi un minimo di orientamento. Ci aiutano a dare forma a qualcosa che non ce l’ha, a dare unità ai territori e alla gente che li abita. Ma quello che abbiamo capito ancora una volta, dopo questi mesi, è che i confini disegnati dalle mappe – confini arbitrari, divisioni che separano uno spazio dall’altro, un sentimento di Terra dall’altro – esistono davvero.

cuoghi_mappa

Roberto Cuoghi, Senza titolo (untitled), 2003. © Galleria Massimo De Carlo, Milano

.

Questa mappa è di Roberto Cuoghi, uno degli artisti selezionati per rappresentare l’Italia alla prossima Biennale di Venezia (gli altri due saranno Adelita Husny-Bey e Giorgio Andreotta Calò). Nel 2003 Cuoghi ha esposto una serie di opere costituite da mappe semi-trasparenti sovrapposte, in cui i profili dei continenti non coincidono, come se il disegno fosse stato continuamente aggiornato durante l’impercettibile e costante deriva dei continenti.

Le mappe sono materiche, dettagliate, evanescenti e opalescenti. Sono l’incarnazione dello spirito delle terre emerse, spogliato dall’eccedenza del linguaggio, sono la concentrazione in oggetti misteriosi, quasi alieni, di lunghissimi lassi di tempo e spazio.

deniswood_08

Alighiero Boetti, Mappa (Kabul, Afghanistan), 1983. Via Flickr

.

Visitando la Tate Modern di Londra nel 2012 ho visto la bellissima mostra dedicata ad Alighiero Boetti, Game Plan. Nel 1971, Boetti commissionò ad alcune ricamatrici afghane una mappa del mondo in cui ogni nazione avesse i colori e i modelli della propria bandiera. La commissione divenne una serie prodotta in un periodo di vent’anni tra Kabul e Peshawar. Ogni mappa tracciava i cambiamenti politici mondiali: il crollo dell’Urss, l’unificazione della Germania, le guerre del Medio Oriente.

Nel realizzare le mappe, le tessitrici avevano il compito di seguire le istruzioni di Boetti con la libertà di trasgredirle. Questa è la mia preferita, con il mare rosa: si narra che le tessitrici che l’hanno realizzata non conoscessero le convenzioni cromatiche con cui venivano e vengono realizzate le cartine geografiche e quindi, visto che il filo rosa abbondava, l’abbiano usato per fare l’acqua.

denniswood_06

Underground Map © Denis Wood (Via makingmaps)

.

Denis Wood è artista, cartografo ed ex professore di Design at North Carolina State University. È nato nel 1945, è cresciuto a Cleveland, in Ohio. Wood ha insegnato per tanti anni psicologia ambientale e psicologia del paesaggio e ha scritto libri sull’arte della mappa, sulla mappa nell’arte e anche libri di poesie.

Dice Wood nel cortometraggio: «La scala, la legenda, tutta quella roba, sono ornamenti dell’autorità. (…) Sono un mucchio di stronzate e ho voluto sbarazzarmene».

Il suo libro The Power of Maps (1992) è stato uno dei pilastri della “nuova cartografia”. Il libro è stato pubblicato la prima volta nel 1992 come catalogo, e accompagnava una grande mostra intitolata The Power of Maps presso il Museo nazionale Cooper-Hewitt Of Design di New York.

Secondo Wood le mappe non rappresentano la realtà: non rappresentano nulla, se non una discussione sul mondo attraverso l’attenta scelta di contenuti, organizzati graficamente in una scala specifica. Le mappe sono uno dei tanti modi che ci siamo dati di costruire il mondo, cosa che facciamo, da sempre, attraverso una serie di prospettive socialmente condizionate.

Due giovani registe americane, Diane Hodson e Jasmine Luoma, hanno fatto un breve documentario su Denis Wood che l’anno scorso ha vinto diversi premi e da qualche mese è online e visibile da tuttiDura 23 minuti e si chiama Unmappable. Dice Wood nel cortometraggio: «La scala, la legenda, tutta quella roba, sono ornamenti dell’autorità. Dicono: “Io sono un documento cartografico serio e sono da prendere sul serio”. Sono un mucchio di stronzate e ho voluto sbarazzarmene».

denniswood_04

Jack-o’-Lanterns © Denis Wood (Via makingmaps)

.

Il suo lavoro più suggestivo e immediato sono le mappe che ha fatto del suo quartiere, Boylan Heights, a Raleigh nel North Carolina. Ricorda un po’ i viaggi domenicali minimi di Luigi Ghirri, che scriveva: «Nelle mie foto i soggetti sono quelli di tutti i giorni, appartengono al nostro campo visivo abituale: sono immagini insomma di cui siamo abituati a fruire passivamente; isolate dal contesto abituale della realtà circostante, riproposte fotograficamente in un discorso diverso, queste immagini si rivelano cariche di un significato nuovo. (…) Per questo mi piacciono molto i viaggi sull’atlante, per questo mi piacciono ancora di più i viaggi domenicali minimi, nel raggio di tre chilometri da casa mia».

Wood ha mappato le zucche di Halloween, ma la mappa non ha legenda né riproduce o suggerisce le strade e le case: ci sono solo i sorrisi luminosi delle zucche sullo sfondo nero della notte. Altre si trovano nel suo libro Everything Sings: Maps for a Narrative Atlas: in una mappa traccia il suono delle campanelle a vento e dei cani che abbaiano, in un’altra i nomi dei cani e il tragitto dei postini. In un episodio del 1998 di This American Life, Wood spiega che quelle mappe sono parte della sua poetica della cartografia. «Un romanzo di puri simboli», suggerisce il suo interlocutore. «Certo, perché no», risponde lui.

deniswood_01

Denis Wood. Via Facebook

.

Nel video, Wood parla anche degli anni passati in prigione. Nel 1996, infatti, è stato condannato per aver molestato un ragazzino minorenne che per un lungo periodo aveva abitato con lui e la sua famiglia come una specie figlio adottivo. La vittima ha confessato che Wood ha iniziato ad abusare di lui quando aveva tredici anni.

«Non abbiamo mai voluto che questo film fosse su Denis lo studioso delle mappe, né Denis il molestatore».

Dopo l’accaduto, Wood è stato lasciato dalla moglie e madre dei suoi due figli. Nel video si siede davanti alla casa dove ha vissuto per più di 20 anni con loro e dice: «credevo che sarei morto qui». Dice che suo padre era un anarchico e che «in linea di massima le leggi sono una cosa orribile». Dice che lui e quel ragazzo erano innamorati. Si siede sugli scalini e si allaccia le stringhe. Legge il giornale e ride. Si fa il caffè. Sembra una persona serena. (Anche se le scene in cui cammina nel bosco e guarda le giostre, le riprese del suo sorriso, assumono con l’aiuto della musica un’atmosfera volutamente inquietante, un po’ perversa, che lascia interdetti e ricorda certe ricostruzioni di Chi l’ha visto.)

deniswood_07

Street Light Map © Denis Wood (Via makingmaps)

.

Così le registe spiegano la scelta di realizzare Unmappable: «Non abbiamo mai voluto che questo film fosse su Denis lo studioso delle mappe, né Denis il molestatore. Volevamo invece osservare come questi differenti aspetti sono uniti insieme e come insieme creano un’immagine della sua persona nella sua totalità (…) artista, pensatore, persona inaccettabile». «Il film suggerisce molte domande ma non fornisce risposte», dice il giornalista che su Wired intervista le ragazze.

È un po’ una delle frasi fatte dell’arte, la conclusione ideale di ogni articolo: l’opera x o y suggerisce domande ma non fornisce risposte. Quanto è consolante, a volte, la vaghezza dell’arte, quanto è più facile e insieme difficile guardare Wood pedalare con il casco in testa tra i vialetti del suo paesino e sospendere qualsiasi giudizio, ascoltarlo parlare davanti alla camera con un tono un po’ narcisista, intuire tra una scena e l’altra la massa pesante della sua solitudine.

Unmappable è un bell’aggettivo. Quasi tutto, ci insegna Wood, è mappabile. Quello che è davvero nonmappabile è la sostanza viva che costituisce il flusso titubante del pensiero interiore, l’esigenza di sforzarsi di capire il mondo. Non per trovare risposte stabili o per comunicarle agli altri, ma per conquistare il coraggio di mantenere il proprio pensiero errante, spalancato, la disponibilità a ridisegnare ogni giorno i propri confini.

.

CLARA MAZZOLENI è nata a Lecco nel 1987 ma non riesce a decidersi tra Roma e Milano. Scrive di pop star e arte su Rivista Studio e ha scritto di arte contemporanea per ATP Diary. Laureata in Visual Cultures e Pratiche Curatoriali ha lavorato per tre anni come hostess da Chanel, sia a Roma che a Milano.
.