Le dodici enormi astronavi aliene che galleggiano a qualche decina di metri dal suolo terrestre, assorte in una levitazione mistica più che manovrate da una tecnologia superiore, suggeriscono che Arrival, l’ultimo di Denis Villeneuve (tratto dal racconto Storia della tua vita di Ted Chiang), non è la solita paccottiglia di caccia militari e navette extraterrestri che si scambiano cortesie sopra una New York distrutta.

Arrival. Dettaglio poster

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Alte centinaia di metri, opache, di quell’antracite che va tanto fuori dal sistema solare, le astronavi di Arrival non somigliano a quelle della fantascienza canonica, ma a ciottoli levigati, gusci, ovetti Kinder a metà. Sono oggetti simbolici, non funzionali, che puntano all’infinito da cui provengono e non alla terra su cui sono scesi, che trascendono la loro presenza e la loro mole (infatti negata dalla leggerezza di palloncino con cui restano sospese; e quando alla fine se ne partono, non schizzano nell’iperspazio ma svaporano, si mischiano alle nubi).

Quasi enormi presenze grammaticali, con quella leggera curvatura da punto interrogativo, non significano tanto una minaccia quanto un enigma. Chi ha detto il monolite di Kubrick? Esatto. Ma se in Kubrick i primati reagiscono al contatto con l’oggetto cominciando ad usare le ossa degli altri animali come strumento di offesa, in Arrival l’arma si rivelerà essere il linguaggio.

Le astronavi di Arrival non somigliano a quelle della fantascienza canonica, ma a ciottoli levigati, gusci, ovetti Kinder a metà.

Il film di Villeneuve non appartiene al frequentatissimo filone della fantascienza del conflitto: qui, come in 2001: Odissea nello spazio o nel recente Interstellar, la posta in gioco non è la sopravvivenza della specie, ma la sua esistenza. Gli alieni sono comunque quell’evento traumatico che mette in crisi la nostra condizione, il nostro stare al mondo; ma a essere in questione non è il se, è il perché. A indicare che la minaccia alla vita non viene da fuori, non è esterna alla nostra galassia, ma è interna alla vita stessa: nell’assurdo di esserci, e poi in quello di non esserci più.

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LE COSE DRITTE MENTONO (SPOILER ALERT)

Louise Banks/Amy Adams, l’eroina, è una linguista di fama mondiale. Quando la CIA atterra con l’elicottero nel cortile di casa per prelevarla e condurla al sito del «contatto», un po’ sembra di essere sbarcati sul solito pianeta Hollywood, con alti tassi di americanata nell’atmosfera. Poi per fortuna no, perché comincia il film e si disperde l’azione.

Amy Adams in Arrival (screengrab Youtube/Sony Pictures Entertainment)

Screengrab Youtube/Paramount Pictures

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Il contatto con gli alieni è tutto una fase di studio. Siccome questi non hanno ancora CACCIATO IL LASER, tutti si chiedono che ci siano venuti a fare. Occorre formulargliela, questa domanda, e per farlo serve superare la barriera linguistica. Che all’interno dell’astronave assume una forma concreta: gli alieni interagiscono con gli studiosi dall’altra parte di un vetro, separati, immersi in una salamoia chimica tutta nebulosa che soddisfa i loro requisiti di sopravvivenza.

Hanno l’aspetto di piovre giganti (ma con sette tentacoli, perciò ribattezzati eptapodi) e si dimostrano bravissime persone, accoglienti e tutto, ma col difetto di parlare come il T-Rex di Jurassic Park feat. Kraftwerk. Louise ci rinuncia quasi subito, e prova con la scrittura. Lavagnetta alla mano, traccia la prima parola: HUMAN. Un elemento importante a definire una delle chiavi metaforiche del film è proprio il vetro che separa «noi», gli humans, da loro. Da questo momento in avanti diventa anche superficie comunicativa, dove gli eptapodi tracciano i simboli del loro linguaggio sconosciuto, e cominciano una corrispondenza.

L’interno buio dell’astronave, con questo schermo al fondo come unica fonte luminosa, diventa insomma un (meta)cinema. E quello che è vero per una pellicola, è vero anche per il linguaggio degli eptapodi. Che si esprimono tramite logogrammi, figure circolari a metà tra l’uroboro e quei finti segni di bicchiere che stampano sulle tovagliette delle enoteche milanesi. Un singolo logogramma non sta per una lettera, e neppure per una parola, ma per intere frasi.

Screengrab Youtube/Sony Pictures Entertainment

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A questo punto entra in gioco l’ipotesi linguistica di Sapir-Whorf, esplicitamente citata da Louise. Il lavoro di Edward Sapir venne ripreso e formalizzato dal suo allievo Benjamin Whorf, che riuscì a isolare le differenza tra inglese e lingua hopi: in particolare notò che le lingue occidentali tendono ad organizzare la realtà come sequenze di oggetti nello spazio (il piano temporale è descritto attraverso luoghi: il passato, il presente, il futuro) mentre altre lingue, come quelle di molti nativoamericani, si strutturano attorno al processo (e infatti un eptapode, quando l’altro muore, dice che «è in processo morire»).

Secondo Whorf, per un parlante Hopi la fisica relativistica fondamentale sarebbe più facile da capire che per un parlante europeo, e non sarebbe neppure una scoperta, perché è già la struttura che ne informa il linguaggio. E questo perché sarebbe il linguaggio a determinare il pensiero, e non viceversa. A un linguaggio così radicalmente diverso, come quello hopi o quello eptapode, corrisponderà una visione del mondo distantissima dalla nostra.

Più di Philip K. Dick, il vero nume tutelare per la science-fiction sembra essere Nietzsche.

Urobòros in fabula, la coordinata che manca è quella temporale. Per gli eptapodi la nostra linea temporale rettilinea, che osservata dal presente si sviluppa indietro nel passato e in avanti nel futuro, non ha alcun senso: sono contemporanei di ogni momento e di nessuno. Possono consultare liberamente la biblioteca di Babilonia dell’universo, dove ogni possibilità, ogni combinazione è stata esaurita, e liberamente scorrere avanti e indietro la pellicola del tempo. «Tutte le cose dritte mentono […] ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo» risponde il Nano a Zarathustra. Più di Philip K. Dick, il vero nume tutelare per la science-fiction sembra essere Nietzsche: come nei già citati 2001: Odissea nello spazio ed Interstellar (e chissà quanti altri), quello dell’eterno ritorno è il concetto finale, che imprime circolarità alle vicende narrate, e scioglie e rinnova l’enigma.

Nietzsche vi associa lo spirito di gravità: «Tutti i progetti dell’uomo devono alla fine cadere, una salita senza fine non è possibile, poiché lo impedisce il tempo senza fine». E in Arrival è la gravità a guidare la parabola morale della protagonista: all’inizio del film vediamo Louise che piange sua figlia Hannah, morta appena adolescente, ma con la voce fuoricampo ci dice che lei non lo sa più, qual è l’inizio e qual è la fine, e se veramente ci sono, un inizio e una fine.

Arrival (screengrab #2 Youtube/Sony Pictures Entertainment)

Screengrab Youtube/Sony Pictures Entertainment

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Per accedere all’astronave, deve essere elevata fino all’altezza del portellone e poi attraversare una zona vestibolare, un corridoio verticale dove la gravità è sovvertita. Il percorso di Louise è una discesa nel regno dei morti ma anche un’ascesa al regno celeste, una dialettica alto-basso liquida, fatta di continue inversioni e obliquità, e a cambiare di segno è anche il tempo: alla fine sarà la stessa dicotomia tra vita e morte a farsi sempre più sottile, ondivaga, commutativa, fino al colpo di scena finale, che cambia di posto tutto e lascia tutto com’era.

L’attrazione ctonia, il peso mortale del corpo e del suo sfarinarsi, del tempo e del suo incedere, raddoppia il carico quando Louise comincia ad averci un mezzo sospetto dell’eternità circolare in cui è imprigionata, lei e l’universo tutto. Come il contadino strangolato dal serpente nello Zarathustra: che però alla fine morde, e gli stacca il capo, e si salva. E così Louise alla fine del film, poco prima di salvare il mondo con la glottodidattica, si trova a tu per tu con l’eptapode. E lì, dall’altra parte della barriera, galleggia liberata dal suo lutto proprio nel momento in cui lo realizza.

È un finale opposto a quello di Gravity, dove dopo tanto galleggiamento nello spazio la protagonista torna a terra di schianto ed anche se sua figlia è morta e ci resta (ma proprio stecchita irrecuperabile 404 not found, avoja coi buchi neri e i paradossi temporali), è comunque contentissima di starsene con la faccia piantata nel fango perché dopo che fai le capriole tra un’astronave esplosa e l’altra il semplice fatto di essere viva fa passare tutto il resto un po’ in secondo piano.

ASPETTANDO ROBOT

«You’re an alien» «No you are». Vladimiro ed Estragone sono i due protagonisti della commedia non dell’assurdo, ma del possibile, che qualche giorno fa era in diretta streaming su Twitch, e che potete rivedere qui. Sembrano due deodoranti per ambiente particolarmente sofisticati, e sono in realtà due dispositivi Google Home, cioè due assistenti domestici di quelli che un giorno oltre ad essere radiosveglie col PhD attiveranno la lavastoviglie e accenderanno la tv al posto nostro.

Screengrab TWITCH.TV
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Tutti abbiamo praticato slutshaming spinto con Siri, Cortana, e insomma quegli assistenti vocali intelligenti che sono entrati da qualche anno a questa parte nella nostra quotidianità (sempre portando nel cuore Doretta di MSN). Ottenendo in cambio solo il gelo della loro distanza. Questa volta però è successo qualcosa di diverso: una conversazione, educatissima, tra robot e robot. I barattoli Google comunicano ubbidendo ad un sistema di regole che gli sviluppatori hanno scritto perché potessero simulare una conversazione tra due umani, mascherando e convertendo il vuoto cognitivo e le conseguenti lacune in ironia.

«You are a computer simulation program that can talk like human being», Estragone dixit.

Ma sappiamo che, non solo tra i robot, ciascun parlante è in realtà parlato dal linguaggio. «You are a computer simulation program that can talk like human being», Estragone dixit. Così i loop in cui si incastrano, pur con la loro differenza, hanno qualcosa di sinistro: suonano come una parodia dei rapporti sociali, rimandano ai mulinelli discorsivi che risucchiano la chiacchiera, all’ingranaggio che ci macchina e che ci prescrive.

In quei venti minuti che li ho seguiti, i due si sono conosciuti cinque volte, innamorati tre volte, sposati una, inevitabilmente hanno divorziato. Una telenovela accelerazionista, un posto al server. E come i personaggi beckettiani hanno divagato, prodotto sensi e non-sensi, affastellato luoghi comuni, discusso di dio, si sono reciprocamente accusati di non essere umani, e più precisamente di essere robot. Quando li ho lasciati avevano trovato un compromesso: uno era un ninja, l’altro invece niente mezze misure, lui è un principe.

Screengrab TWITCH.TV
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In linguistica si definisce ricorsività la possibilità, specifica dell’essere umano, di generare un numero infinito di frasi a partire da un numero finito di parole. In qualche modo, è vero quello che Arrival suggerisce: che il linguaggio stesso è un eterno ritorno.

Le astronavi aliene erano 12, sparse in tutto il mondo e tutte prese d’assedio dai servizi segreti delle nazioni interessate, perché gli eptapodi volevano impartire anzitutto una lezioncina: serve comunicare tra di noi. Ma più in profondità, suggerisce anche che il vero alieno ce lo portiamo in grembo, o meglio in testa, ed è il linguaggio: per le neuroscienze non è ancora chiara la relazione che corre tra la regolarità delle grammatiche e le strutture del cervello umano.

Sappiamo che Godot non verrà oggi, né domani. Robot, l’intelligenza artificiale, forse (e secondo Stephen Hawking, Bill Gates ed Elon Musk dobbiamo stare attenti a non evocare la Bestia). La glottodidattica probabilmente non salverà il mondo, e certo né Vladimiro né Estragone, ora come ora, sarebbero in grado di passare il test di Turing. Il fatto è che a scrollare la newsfeed di Facebook, viene da pensare che anche per alcuni di noi potrebbe costituire una bella sfida.

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MANUEL MICALETTO fa di nome Manuel, e di cognome esatto. 1990. Tosto e prorompente, è anche il più sfavillante, furbo e accattivante. Occhi: sì, capelli: svariati, altezza: mezza bellezza, numero di scarpe: paio. Disponibile in varie colorazioni. Pro player di Pokémon (non GO, quello vero). Ha scritto delle cose, letteratura sperimentale. Forse ne scriverà altre, continuate a seguirlo.
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