Di satira si discute, si litiga, si straparla. Accuse, apologie, prese di distanza, difese d’ufficio, inviti a occuparsi di ben altro. Anche noi la vogliamo prendere di petto, alla sprovvista, guardandola da lontano, con occhio clinico. Una serie di osservazioni puntuali e deformanti su una piccola cosa irrilevante.

Charlie Hebdo, La neige est arrivée, 2017

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1. Fenomeno antichissimo, presente e codificato sin dagli esordi della letteratura occidentale, la satira si rivela come genere letterario della contemporaneità per via della sua forma, potenzialmente breve o brevissima, che le permette di circolare agevolmente nei canali di comunicazione odierni: radio, tv, giornali, internet.

2. La forma breve o brevissima rincorre la soglia di attenzione polverizzata del soggetto contemporaneo alla maniera degli spot pubblicitari e dei titoli dei giornali.

3. (Non è un caso che tanta satira sia la parafrasi di un titolo giornalistico).

4. La satira è breve nello spazio come forma e nel tempo come durata. La satira è commento dell’attualità e deperisce rapidamente con essa.

5. Tra le tante espressioni deperibili, la satira è la più inquietante. Se alcune di queste espressioni rimangono significative come documento, la satira è commento dei documenti e lascia dietro di sé carcasse di battute, citazioni vuote.

6. «“Di Pietro è matto” ha commentato il principale alleato di Umberto Bossi». (Spinoza, 30/09/2010)

La satira è commento dei documenti e lascia dietro di sé carcasse di battute, citazioni vuote.

7. Ironicamente, l’erosione della memoria a lungo termine che contribuisce a svuotare di senso le espressioni deperibili è concausata proprio dall’overload informativo sul quale la satira prospera.

8. Apparentemente, la satira è una forma di umorismo che disprezza tutte le altre.

9. Non solo la satira disprezza le altre forme di umorismo, ma è definita precisamente dalla volontà di non coincidere con nessuna di esse.

10. La satira vive all’ombra del suo concetto e se ne fa scudo.

11. «Non hai capito, questa è satira/ non hai capito, questa non è satira».

12. È chiaro che il quid della satira sta nelle sue intenzioni, sempre evocabili per riscattare o condannare questa o quella attuazione contingente.

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13.
Pare che lo scopo della satira sia «sbeffeggiare i potenti».

14. Pertanto, sembra pacifico collocare la satira dalla parte di chi potente non è, come uno strumento della sua battaglia politica. Idealmente, la satira sta a sinistra.

15. Senonché ciascuno chiama «potente» chi vuole. Storicamente, la satira è stata anche a destra.

16. La più longeva, diffusa e riconoscibile caricatura satirica mondiale è quella dell’ebreo col naso lungo che si sfrega le mani.

17. «Il potere è la stupidità, ergo: la satira deve prendere di mira gli stupidi che si indignano per una vignetta?» (Battutista di Facebook parlando di Charlie Hebdo, gennaio 2017)

18. «No, la satira è una cosa seria che può cambiare il Paese. Lo ha già fatto in passato con Guareschi, Corrado Guzzanti e Forattini. E forse continuerà a farlo se riuscirà a mettere nel mirino il potere più pericoloso di tutti: il conformismo del politicamente corretto». (lancio di La satira è una cosa seria, Emanuele Ricucci, il Giornale, 2017)

19. La definizione del potente è la domanda a un tempo elusa e risposta dall’atto satirico, la sua petizione di principio.

20. «Poiché lo sbeffeggio è potente/ essendo potente posso, anzi devo, sbeffeggiarlo».

21. Ne consegue che la satira si autorappresenta come una violenza simbolica che risponde a un’altra violenza simbolica, cioè una rappresaglia simbolica. Come ogni rappresaglia è giusta «di principio».

22. Questo ridondante dispositivo di autoassoluzione politica sostiene una forma espressiva orientata a suscitare la risata.

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23.
Se la risata non può essere lo scopo della satira, giacché lo scopo è «sbeffeggiare i potenti», allora ne è un mezzo. A volte, sembra persino un inconveniente.

24. «La satira a volte fa ridere, a volte no. La sua ragione sociale è indurre una riflessione. È, insomma, una cosa diversa». (La vignetta di Charlie Hebdo spiegata a mia madre, vincitore ai Macchianera Internet Awards 2016)

25. Come se la risata contaminasse la prassi satirica, sporcando la purezza del suo intento politico.

26. È forse il rapporto tra la risata e lo «sbeffeggiare i potenti» una reiterazione del problema politico dei mezzi e dei fini?

27. Emergono, infatti, nel discorso pubblico le due degenerazioni potenziali dell’atto satirico, come un cattivo bilanciamento dei mezzi e dei fini: da un lato il black humor, dall’altro la propaganda.

28. «Che equilibrio abbiamo trovato tra libertà d’espressione, insulto inaccettabile e salutare bisogno di deridere il potere?» (Nicola Lagioia, Internazionale, novembre 2015)

29. Il black humor è satira senza fine politico oppure con un fine politico inaccettabile.

30. Il black humor è nichilista, ha cioè il fine in se stesso.

31. Tuttavia ogni espressione di black humor può diventare satira con un discorso collaterale che le integri a un fine politico attraverso una serie di passaggi.

32. «(di nuovo: riflettere e non ridere, perché si tratta di satira)». (La vignetta di C. H. spiegata a mia madre)

«La satira è una cosa seria che può cambiare il Paese. Lo ha già fatto in passato con Guareschi, Corrado Guzzanti e Forattini».

33. Sulla decisione riguardo la natura di black humor o satira di un’espressione aleggia lo spettro della censura.

34. Nel colpire qualcosa che è satira, la censura è doppiamente odiosa di quando colpisce del semplice black humor: non è solo un crimine contro la libertà di parola, bensì contro una parola politica.

35. Lo spettro della censura è lo scacco matto che l’autore muove all’avversario sotto forma di fallacia di brutta china: se oggi mi contesti, domani mi censurerai.

36. Questo scacco matto è conseguenza diretta del dispositivo di autoassoluzione politica che sottrae l’espressione satirica dal campo della discussione. I fini politici sono indiscutibili, chiusi a chiave in un ragionamento circolare implicito all’espressione. Ne consegue che: «O mi accetti o mi ammazzi».

37. «Un paese come il nostro, dominato dal familismo (più o meno amorale, poco importa), non potrà mai dotarsi di una vera satira corposamente nichilista». (Fulvio Abbate, Linkiesta, Gennaio 2017)

38. La propaganda è un’espressione che coincide col suo fine politico.

39. Tuttavia è difficile trovare un’espressione di propaganda che non integri i mezzi della satira come il dileggio, l’ironia, la provocazione, l’iperbole, la parodia e il gusto per il paradosso.

40. I mezzi della satira servono alla propaganda per non sembrare propaganda, per dissimulare il fine politico che la muove.

41. Nel mondo post-ideologico la propaganda è una cosa sporca, la satira una cosa nobile.

Buone #feste a tutti! #auguri #auguridinatale #buonefeste #buonefesteatutti #forattini #babbonatale #satira #satiralibera #

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42. Essere propaganda è un insulto per la propaganda ma anche, ovviamente, per la satira.

43. «Io spero che [la satira] vada avanti con l’allegria tragica che da sempre la contraddistingue e che sia sorda al richiamo dei tamburi d’arruolamento… altrimenti finisce la satira e inizia la propaganda di morte o lo scontro» (Vauro, intervista, febbraio 2015)

44. Distinguere la satira dalla propaganda è come distinguere il black humor dalla satira: una manovra di legittimazione.

45. Se satira e propaganda possono coincidere nei fini e nei mezzi, la distinzione va operata a partire dalle premesse: chi sta parlando.

46. La satira è parola libera con un fine politico, la propaganda è parola interessata con un fine politico.

47. «La satira non ha padroni».

48. La satira non ha padroni, quindi, in due sensi: esternamente e internamente. I padroni esterni sono la censura e il pubblico, quello interno è l’autore medesimo che si vuole slegato da ogni interesse politico.

49. La medesima espressione è satira o propaganda a seconda se viene da un parlamentare o da un vignettista.

50. Aver militato in diversi partiti è un disonore per un politico. Aver collaborato con giornali di diverso orientamento è una medaglia per l’autore satirico, la prova della sua libertà.

51. Il dispositivo di autoassoluzione politica risignifica e legittima di volta in volta la posizione dell’autore satirico: «Se ieri scrivevo per x e oggi per y è perché oggi il vero potere è x e non y».

52. La libertà completa dell’autore satirico disegna una soggettività fieramente slegata da tutti i contesti politici e sociali, il sogno del mondo liberale post-ideologico.

53. L’autore satirico è un soggetto apolitico che fa politica per eccesso di libertà.

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ALESSANDRO LOLLI nasce a Roma nel 1989. È redattore di Dude Magazine e ha scritto su Nuovi Argomenti, Prismo, VICE, Soft Revolution Zine e altrove. Ha una laurea in filosofia e un lavoro in un centro di scommesse sportive.
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