Spararsi la posa, dritto in faccia, davanti a tutti. Perché tanto sforzo? Non chiedetelo a noi. Ci limitiamo a lasciarvi questi appunti sparsi in ordine preciso; la prima anatomia del Selfie a non contenere la parola narcisismo.

Rate me, Fyzal Boulifa. Screengrab vimeo/La distributrice de film

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1. Il Selfie corrisponde alla capacità dell’io di essere narrato, guardato, commerciato a distanza.

2. Il Selfie è la principale forma di autofiction contemporanea, la sola disponibile a chi non ha i mezzi di produzione della classe creativa propriamente detta.

3. I mezzi di produzione del Selfie sono gli smartphone e i social network sono il suo mercato. La tecnologia ha creato entrambi e li ha diffusi su larghe fasce di popolazione nel giro di pochi anni.

4. Il Selfie non è un autoritratto. È già ampiamente invalso l’uso di chiamare Selfie qualsiasi foto ritragga chi la condivide, sia o meno scattata dallo stesso.

5. La coincidenza significativa è tra il soggetto che condivide e l’oggetto della rappresentazione.

6. La condivisione, attuale o potenziale, è inseparabile dall’idea di Selfie. Non esistono Selfie analogici.

7. #picoftheday #nofilter #instamood #me #instagood #like4like

Il Selfie non è sempre un autoritratto e non è sempre neppure una foto.

8. Di più: chiameremo Selfie qualsiasi scatto, condiviso o condivisibile, che si riferisca al soggetto che lo condivide, sia o meno il suo corpo oggetto della rappresentazione.

9. Vedute panoramiche, cibi elaborati, quadri famosi sono Selfie nel loro rimandare al soggetto che li esperisce e li condivide.

10. Vedute panoramiche, cibi elaborati, quadri famosi non significano indipendentemente dalla vita di chi li inquadra e li condivide. Come se la telecamera fosse stata accidentalmente invertita, sono Selfie rovesciati.

11. Il Selfie rovesciato guarda il mondo ma parla di chi lo guarda. Ne consegue che chi osserva la foto è un terzo che osserva un osservare.
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Mentre nell’arte istituzionale muore l’autore, il Selfie lo pone al centro del rappresentabile anche quando non è rappresentato.

13. Il diventare Selfie del mondo è un processo di appropriazione e diffusione del reale ad opera di un io incarnato.

14. L’io incarnato non è il soggetto razionale astratto della storia occidentale che manipola il mondo come altro da sé. È in primo luogo la sua biografia che si narra, si rappresenta, si commercia attraverso il mondo.

15. «La tua storia». (Instagram, da Agosto 2016)

16. La biografia del soggetto, nel suo farsi immanente, è il testo (e non il contesto) della prassi del Selfie, del quale i singoli Selfie sono le affermazioni.

17. «Io sono qui, io faccio questo, io esperisco questa cosa», dice il Selfie.

18. Lo dice metaforicamente nelle fotografie (o in altri supporti visivi come video e gif) ma lo dice anche letteralmente negli status. Il Selfie non è sempre un autoritratto e non è sempre neppure una foto. Il Selfie, in quanto narrazione egoriferita, autofiction delle e per le masse, può essere esclusivamente verbale.

19. L’aneddoto personale è il Selfie verbale propriamente detto, mentre tutte quelle opinioni sul mondo che ritornano al soggetto per posizionarlo rispetto agli altri o che addirittura si trasformano strada facendo in ricordi e storielle, sono i Selfie verbali rovesciati.

20. La mente collettiva ha già riconosciuto il Selfie verbale in alcuni casi specifici. Si parla di selfie col morto quando il ricordo di una celebrità appena deceduta diventa l’occasione per raccontare un episodio in cui lo si è incontrato, fisicamente o solo artisticamente: «la prima volta che ho sentito una canzone di Bowie ero…».
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Se autoritratti, scatti celebrativi, aneddoti personali, auto elogi mascherati da opinioni sono sempre esistiti, a mancare era l’infrastruttura tecnologica che rende possibile la produzione e la condivisione di massa.

22. «Ma questa, di foto, ha La grande bellezza di riunire e conservare in luce ben oltre la notte d’oro le più grandi star di Hollywood nel pieno dei loro sorrisi in un solo clic». (Oscar 2014, selfie da record, Vanity Fair, Marzo 2014)

23. Selfie è il nome che diamo a questa prassi che si impone come costante retorica del luogo che abita: il social network.

24. Se non è possibile pensare il Selfie senza social network, vale anche il contrario: l’architettura medesima della socialità virtuale contemporanea tende al Selfie.

25. Così come la prassi del Selfie è stata creata dall’infrastruttura tecnologica che la rende possibile, viene da essa trasformata e risignificata.

26. In questo senso, Snapchat e la versione “Storie” di Instagram (da alcuni giorni integrata a Facebook) rompono l’ultimo legame tra il Selfie e la fotografia tradizionale: il valore di testimonianza e ricordo.

Una fotografia impermanente, una fotografia a orologeria, una fotografia-evento che scompare dopo 24 ore.

27. Al di fuori dell’uso artistico, la funzione sociale della fotografia tradizionale coincideva con la sua capacità di durare e divenire ricordo materiale, testimonianza.

28. Foto di coppia, album di famiglia, album di viaggi venivano prodotti per via del miracolo che attraverso di loro si realizzava: fermare il tempo e poterlo guardare per sempre.

29. Snapchat e le Storie di Instagram hanno inventato (cioè riconosciuto e alimentato il bisogno sociale di) una fotografia impermanente, una fotografia a orologeria, una fotografia-evento che scompare dopo 24 ore.

30. La fotografia-evento è una rivoluzione copernicana nell’idea di fotografia poiché rimuove una proprietà che le era essenziale dimostrando, invece, la sua accidentalità.

31. La fotografia-evento sostituisce la performance all’opera.

32. Se l’arte performativa è stata la risposta storica al problema della riproducibilità tecnica nella forma del “qui ed ora”, la fotografia-evento è una ibrida arte performativa riprodotta tecnicamente, “ora” ma non “qui”. È la diretta senza replica.
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«Buongiorno. Stamattina spenta, ieri esagerato, a letto troppo tardi.. Oggi ripresa lenta.. Lenta.. Lennnnnnnn..ta. Ricordatemi così!. E in effetti l’immagine non è facile da dimenticare, con tanto di jeans abbassati quasi al ginocchio e concentratissima espressione del viso». (Arisa, selfie sul water: l’autoscatto imbarazzante scatena i social, Il Fatto Quotidiano, Luglio 2015)

34. La fotografia-evento, che non lascia traccia, è chiaramente una comunicazione deresponsabilizzante.

35. Ne consegue che se è stato necessario privare la fotografia della sua natura permanente è perché veniva implicitamente avvertita come una responsabilità.

36. In altre parole, l’operazione di deresponsabilizzazione delle fotografia-evento, conferma che tutte le fotografie permanenti, una volta che sono condivise, lungi dall’essere innocenti rappresentazioni del mondo, convocano un io incarnato che ne è responsabile, imbrigliato in prima persona.

37. Le fotografie permanenti e condivise collaborano alla costruzione di un’identità.

38. L’introduzione di un’alternativa ha infine rafforzato e reso esplicito il ruolo del permanente condiviso: da un lato si costruisce un’identità, dall’altro si performa la vita.

39. Ad ogni cosa il suo peso, ad ogni Selfie la sua durata.

40. La dialettica tra fotografia permanente e fotografia-evento, lo smistamento quotidiano operato da tutti gli utenti, rivelano che tutto il condivisibile ha un legame con l’io incarnato, lo riguarda, lo chiama ad un’adesione o a una presa di distanza ed è cioè leggibile come un Selfie.

41. Il Selfie è il condiviso che ti riguarda. I suoi confini partecipano tanto delle intenzioni del soggetto che narra, rappresenta, commercia, quanto dello sguardo dell’Altro che legge, interpreta, compra.

42. «Perpetuo quotidianamente la mia oggettificazione. Ma a interessarmi è l’idea che l’oggettificazione stessa abbia un potenziale radicale: possiamo usare i prodotti dell’oppressione come strumenti per abbatterla. Avrei voluto poter essere una persona e non la foto ambulante di una ragazza nuda. Ma non mi fu data scelta». (Intervista ad Audrey Wollen, i-D, Novembre 2014 )

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ALESSANDRO LOLLI nasce a Roma nel 1989. È redattore di Dude Magazine e ha scritto su Nuovi Argomenti, Prismo, VICE, Soft Revolution Zine e altrove. Ha una laurea in filosofia e un lavoro in un centro di scommesse sportive.
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