Oggi in agenda ho fare l’esame istologico a una rivista di cibo e moda. Il tessuto da studiare è un libro camuffato da magazine che di nome fa Brutal, e di fatto è il braccio armato contro l’estetica burina da talent show culinario.

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Foto di Andrew Harrington per il servizio Your Gluttony Is Instant Baked. Courtesy of Brutal Magazine

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Prima mossa: arruffianarsi la loro Art Director, Lucia Del Zotto, ambientando l’intervista al mercato del pesce di Venezia, famoso come set in cui Nino Frassica e Johnny Depp si sono affiancati in uno dei film più sperimentali del terzo millennio, nonché spazio dove si parla di cibo attraverso immagini pure, prima che qualsiasi guru dell’impiattamento ne rovini la materia prima.

Intorno a noi, tedeschi vestiti da tedeschi offrono una runway di folk bavarese sfilando tra polpi oscenamente carnosi, e passerotti di tenerezza disneyana affondano i loro piccoli becchi acuminati nei filetti di salmone esposti.

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Lucia, siete lì lì per lanciare il terzo numero di Brutal, Space. Ci arriveremo, ma facciamo quelli precisi che raccontano dall’inizio.

Allora partiamo un po’ a caso da Craigslist, perché è lì che ho trovato l’annuncio per graphic designer che mi ha portata ad AnneStine Bae, Editor in Chief e Creative Director della rivista. Era il 2014, vivevo a New York e collaboravo con Studio Pentagram, ma cercavo un lavoretto che mi tenesse finanziariamente a galla a Manhattan.

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Foto Davide Luciano, food styling Claudia Ficca per il servizio How You Eat Candy When You’re Alone. Courtesy of Brutal Magazine

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Nell’annuncio c’erano alcuni riferimenti visivi, mi è sembrato interessante. Soprattutto avrei avuto totale libertà di sperimentare perché si trattava di prendere in carico tutta la parte grafica, l’impaginazione, l’identità della rivista e la cura del sito web. Professionalmente era una bella occasione.

Da elemento da discount a oggetto d’arte. «È uno slittamento di significato che travolge non solo il cibo, ma l’intero progetto grafico».

AnneStine Bae.

Brutal è la sua creatura. Nasce dalla confluenza tra il suo lavoro di stylist e la sua innata passione per il cibo.

Poteva darsi al food porn su Instagram e invece ha reclutato te per dare forma a questo strano oggetto editoriale.

Io e AnneStine abbiamo scoperto di avere un immaginario estetico molto simile. Pensavamo fosse interessante avvicinarsi a un tema come il cibo, così diffuso nella cultura pop, per rileggerne i codici e insieme avvicinarlo agli elementi con cui entrambe abbiamo familiarità: arte, styling, fashion.

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Foto di Mattia Balsamini

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Da elemento da discount a oggetto d’arte. Il nucleo brutale che muta in qualcosa di modaiolo e perverso.

È uno slittamento di significato che travolge non solo il cibo, ma l’intero progetto grafico. Prendi il logo, che nel secondo numero è stato realizzato attraverso la manipolazione della tipografia con glitches: volevo un carattere che si trasformasse in immagine. All’inizio pensavo addirittura a un logo più dinamico, sempre diverso a ogni numero, ma alla fine mi sono limitata a lavorare sul carattere circular per renderlo unico.

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Foto di Mattia Balsamini

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Nel terzo numero, in uscita tra qualche giorno, abbiamo tolto la scritta magazine e l’abbiamo semplificato. Serviva una tipografia pulita che durasse nel tempo. Anche le plastiche di vinile che ricoprivano il magazine sono sparite, c’è solo questo logo stampato a caldo che svela il rilievo al tatto.

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La manipolazione investe anche per il trattamento delle immagini, che cambia di libro in libro.

Sì, non avendo inserzioni commerciali possiamo permetterci la massima flessibilità. Ad esempio il lusso di incorniciarle tra molto bianco quando vogliamo un taglio minimal. Nel primo numero il tema conduttore era Celebrate, dato l’esordio, e tutti i fotoritratti erano mezzobusto con colori di sfondo urlati. Con il secondo, Stripped, abbiamo scelto di avvicinarci con scatti zoomati. In Space la camera torna ad allontanarsi, e tutti i soggetti posano nel loro luogo di lavoro.

A questa narrazione fotografica lineare devi aggiungerne una subliminale, quella delle filler pages, o immagini paesaggistiche a doppia pagina che fanno da metronomo intervallando i racconti del libro e creano una sorta di articolo fantasma. Nei primi due numeri venivano modificate con un trattamento che le uniformava in un linguaggio coerente, nell’ultimo ho lasciato ogni foto intatta perché funzionava perfettamente.

In Space la cura dello spazio è così attenta che siete riusciti a rendere rarefatto perfino il bling-bling claustrofobico del seminterrato laminato d’oro di Comme des Garçons.

In quel caso c’è una trasposizione sui materiali del discorso che la rivista fa riguardo al cibo. Le superfici d’oro e la ricchezza diffusa dello sfondo creano un ambiente che paradossalmente valorizza gli elementi individuali di metallo grezzo. I capi di moda fanno da tessuto connettivo tra metallo prezioso e acciaio.

Avete cambiato carta.

Abbiamo portato la stampa dal Canada in Italia, dove posso avere un controllo dettagliato di tutta la fase precedente alla distribuzione. E siamo passati a una particolare carta Favini, responsabile della texture unica, che viene realizzata a partire dagli scarti alimentari.

Di nuovo, resti organici che dal tritarifiuti arrivano al MoMa.

Be’ sì, stiamo crescendo. Il primo libro venne distribuito in 300 copie solo negli Stati Uniti, poi già dal secondo passammo a 1000; ora, grazie a Barnes & Noble, siamo arrivati a 2000 copie tra Europa e USA, e a stockists che vanno dal MoMa alla Tate Modern fino all’Astrup Fearnley Museet di Oslo.

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Foto di Kyrre Skjelby Kristoffersen per l’intervista a Sara Bigelow The Anatomy Of Meat Transparency. Courtesy of Brutal Magazine

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In Space emerge un interesse particolare per le personalità ibride. Caratteri polimorfi che hanno saputo muoversi dalle arti applicate, o in genere da campi creativi come moda e design, e reinventarsi carriere nel riempire stomaci. Fino a realtà smaccatamente eccentriche, come le suore che cucinano marijuana.

Le Sisters of the Valley, questa comunità di californiane che coltiva piante di marijuana per infusi e tonici medicinali preparati in accordo con i cicli lunari. Al servizio fotografico segue una ricetta per una very green seaweed salad corretta THC.

«Siamo passati a una particolare carta Favini, responsabile della texture unica, che viene realizzata a partire dagli scarti alimentari».

Altro background bizzarro è quello dell’artista di L.A. Patrick Martinez, che la madre filippina ha imbottito di junk food ipercalorico per tutta l’infanzia come operazione di allineamento culturale all’identità americana. Ora più o meno tutti i suoi familiari hanno il diabete.

Patrick produce queste composizioni molto interessanti che si rifanno alle nature morte di Cézanne ma con i Cheetos, la CocaCola e le Colt45 al posto delle mele e delle pere. Il tutto illuminato da luci al neon plasmate a cornice , cose che ricordano un po’ le insegne dei grocery stores. Sono tutti elementi della cultura pop, del ghetto anche, che vengono presi e lavorati per offrirne una lettura diversa.

Brutali, ma con grazia.

Cerchiamo di mescolare bene gli aspetti weird con la bellezza. Decontestualizzare favorisce l’atmosfera di spaesamento; poco importa che ci si arrivi costruendo un set sul tema dello spogliare usando cibi spazzatura avvolti nel cellophane o isolando, astraendo un alimento povero come la farina, trasformandolo fotograficamente in un corpo indefinito.

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Dall’alto: foto di Sigurd Widenfalk per il servizio Flour; foto del libro di Mattia Balsamini

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ALFRED AGOSTINELLI ha un nome per gli studi in medicina, uno rubato alla Norvegia per i social networks, mentre qui e altrove è Alfred Agostinelli, fotografo più o meno inadeguato. Vogue Italia ha la responsabilità di aver assecondato il suo amore per la pellicola; da lì ad ora è stato tutto uno scendere nel gorgo iridato dell’editoria indipendente.
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