Un giorno vado a pranzo con una mia amica dopo notti insonni per il muslim ban e il fucking wall, come l’ha definito l’ex presidente del Messico Vincente Fox su Twitter. Parliamo del nostro disinteresse recente per qualsiasi cosa che non sia legata a migrazioni, guerre, dittatori e rovesciamenti di paradigma.

Richard Misrach, Border Cantos. Screengrab Youtube/Crystal Bridges

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È in quel momento che mi racconta di aver scoperto una pagina che si chiama War is boring. La dicitura afferma: «andiamo in guerra così non devi farlo tu. Droni e Kalashnikov, tecnologie ad alta definizione e politiche di bassa intensità, per esplorare il modo in cui combattiamo sopra e sotto un mondo arrabbiato». Mi dice che scomporre un drone nelle sue componenti tecniche e saperle chiamare per nome, oggi, è una circostanza morale. Quando apro War is boring per la prima volta, la suddivisione delle sue sezioni in Air, Land e Sea mi ricorda perché la guerra è soprattutto una questione di spazio.

Mentre parliamo, spunta fuori il documentario del 1989 The Architecture of Doom di Peter Cohen, incentrato sull’ossessione di Hitler e dei gerarchi nazisti per l’arte classica, estranea alle perversioni della contemporaneo. Si dice spesso che Hitler fosse un pittore frustrato, sorvolando sui danni che ha fatto il suo non essere mai diventato, nello specifico, un architetto.

Scomporre un drone nelle sue componenti tecniche e saperle chiamare per nome, oggi, è una circostanza morale.

Ci sono tanti modi per leggere Bandiere nere – La nascita dell’Isis (La nave di Teseo, 2016), indagine per cui il reporter Joby Warrick ha vinto un Pulitzer. Uno è concentrarsi su quello che separa il romanzesco dalla storia: Bandiere nere è la cronaca puntuale dei movimenti prima sotterranei e poi iper-coreografati dell’attuale Stato Islamico, scritta come se fosse finta.

È uno dei rari casi in cui l’enfasi da quarta di copertina non rovina la lettura: Bandiere nere scorre davvero come un thriller, e il suo stile – non abbastanza letterario da farne un’operazione d’autore ma non abbastanza greve da renderlo una versione sospettosa di 24 è quello a cui probabilmente gli autori di Homeland puntano da quando hanno rinunciato a fare una serie di terrorismo e psicoterapia per dedicarsi a una classica geopolitica dello spionaggio. Paradossalmente, è proprio questa mimesi con le serie d’azione a farne un’operazione quasi etica: perché Warrick rende la guerra interessante e fa imparare qualche termine arabo corretto anche a chi è incline a fregarsene.

L’altro modo per leggere Bandiere nere è pensare a infrastruttura e paesaggio. Cos’è l’Isis senza il carcere e i deserti?

Nel 1998 le autorità giordane decisero di riaprire un carcere di massima sicurezza ormai in disuso, la fortezza di al-Jafr, per confinare un gruppo di agitatori antigovernativi. Quei detenuti si sarebbero trovati esposti all’ascendente di un ex delinquente di strada, un uomo di nome al-Zarqawi accorso in Afghanistan per combattere i comunisti e rientrare in patria religioso e condottiero.

Confinati nella stessa cella, avrebbero posto le basi incoerenti e dogmatiche del futuro Stato Islamico. In Bandiere nere, il padre putativo dell’Isis somiglia a un villain feroce, maniacale e persino un po’ quirky da film di James Bond, capace di scrivere poesie improbabili alla madre e alla sorella e devoto soprattutto ai suoi soldati inetti, feriti e orfani. «C’è una tremenda solitudine» scrisse il regista David Lean, che nel 1962 girò parti di Lawrence d’Arabia nella zona di al-Jafr definendola la più deserta di ogni deserto che avesse mai visto (il suo direttore alla fotografia si limitò a chiamarla «un’anticipazione dell’inferno»). Forse, senza la reclusione in quell’avamposto desolato, i propositi punitivi di al-Zarawqi nei confronti degli infedeli avrebbero assunto una connotazione diversa, o trovato meno adepti.

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In un bellissimo longform uscito sul New Yorker
qualche mese prima gli attacchi al Bataclan di Parigi, dopo decenni di letteratura della colpa sulle banlieue in cui i ragazzini di periferia somigliano ai palazzi angoscianti in cui vivono per una riduzione nazistoide dell’individualità allo spazio abitato, George Packer dimostrava che i simpatizzanti jihadisti francesi erano più che altro cittadini di classe medio-borghese, studenti di medicina o ingegneria con gli indirizzi giusti.

Quando invece venivano dalle banlieue, non erano tanto le architetture razionali e decadute dei palazzoni ad averli indottrinati, ma quelle del carcere.

È proprio questa mimesi con le serie d’azione a farne un’operazione quasi etica: Warrick rende la guerra interessante.

Secondo il reportage di Warrick, agli adolescenti in Siria e Giordania succedeva più o meno la stessa cosa. Se lo Stato Islamico dipende più da una cella di clausura che dalla religione, la decisione degli Stati Uniti di creare nuove carceri private in New Mexico, Texas e Arizona, crea scomodi parallelismi con il Medio Oriente, soprattutto se a quest’infrastruttura si aggiunge quella di un muro.

Il deserto giordano attorno ad al-Jafr sarà stato un posto di fantasmi e scorpioni, ma quello americano non è mai stato affollato come in questo periodo, tra muri veri e muri finti creati per protesta, laboratori permanenti nati con l’intento di usare l’arte come vendetta, e locande che spuntano lungo il confine come le stazioni di posta nei vecchi western.

Via Daily Daesh

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Eppure mentre leggo Bandiere nere, invece di pensare alla differenza tra certe aree di confine, mi soffermo sul potere di alcuni luoghi di contenere il proprio futuro, aprendo varchi spazio-temporali inediti. Come ha scritto Geoff Dyer a proposito dei Desert Cantos in un saggio tratto dalla raccolta Il sesso nelle camere d’albergo (Einaudi):

«Richard Misrach ha fotografato le conseguenze della Guerra del Golfo – un deserto tutto crateri disseminato di mezzi corazzati colpiti dalle bombe e di carri armati distrutti dalle fiamme – cinque anni prima che la guerra cominciasse, a migliaia di chilometri dal Kuwait. Misrach ha scattato quelle foto in Nevada, in un sito noto con il nome di Bravo 20, che la marina statunitense usa come poligono di bombardamento dal 1944».

Raccontare il conflitto privilegiando gli aspetti infrastrutturali o persino l’inumano, soffermandosi sui compound e l’amianto prima ancora che sui sentimenti, è qualcosa che stanno facendo autori molto diversi tra loro: la protagonista di Summer of Hate (Semiotexte) di Chris Kraus, compra case malandate e le risistema a poco prezzo mentre instaura una relazione con un uomo precipitato in un sistema carcerario borgesiano. Ambientato in New Mexico, il libro di instaura una correlazione tra speculazione edilizia e paranoia patriottica da mandato Bush.

Richard Misrach, Desert Cantos. Screengrab Vimeo/Paris Photo

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La metafora del costruttore torna anche in Terra Oscura di Patrick Flanery (Garzanti), in cui un ex imprenditore edilizio cade in rovina e costruisce un bunker dentro un’abitazione popolata da nuove persone; è un horror sul modo in cui i conflitti globali possono essere esacerbati tra le mura domestiche, quelle destinate a proteggere la biologia familiare.

E poi c’è il conflitto mediato dagli oggetti di Anatomia di un soldato scritto dall’ex militare Harry Parker (Sur) in cui protesi, ordigni e zainetti da campo cercano di instaurare un’empatia diversa nei confronti della guerra: non l’oggettivizzazione del conflitto, ma un conflitto oggettuale, forse più adatto a restituire l’orrore di un’esperienza laddove centinaia di testimonianze in prima persona hanno fallito.

Messa così, la guerra nella narrativa contemporanea somiglia a una cianografia, a un corpo rilevato da un drone dietro a un muro, un’eterna fosforescenza verde destinata a creare un nuovo canone forense.

Bandiere nere può essere un ritratto fedele di al-Zarqawi e dei suoi seguaci, ma è soprattutto la radiografia del territorio che li ha formati. Bisogna pure partire da qualche parte. In Storia naturale della distruzione (Adelphi), W.G. Sebald scriveva: «Da che cosa sarebbe dovuta cominciare una storia naturale della distruzione? Da uno sguardo d’insieme sulle premesse tecniche, organizzative e politiche che consentono di realizzare attacchi aerei su larga scala? O da una descrizione scientifica del fenomeno– sino allora sconosciuto– delle tempeste di fuoco, che tracciasse la mappa, in termine patologici delle specifiche cause di morte? Oppure da studi comportamentali sull’istinto di fuga e di ritorno?».

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Dopo che abbiamo parlato di War is boring e The Architecture of Doom, io e la mia amica andiamo a vedere Rogue One. Durante la distruzione di Jedha, penso a quello che l’Isis ha fatto a Palmira.

Sono cresciuta con l’idea che Hollywood mi anestetizzasse rispetto al dolore: negli anni di Independence Day e dei trionfi di Michael Bay, un Baudrillard mai digerito dai mass media stabiliva che il simulacro aveva eclissato il reale, stabilendo un rapporto gerarchico che volgarizzava il pensiero dell’autore. Ma era così che ci venivano spiegate le cose: che non avremmo saputo cosa farcene del sangue reale, perché quello nei videogiochi era troppo rosso.

Rogue One, la distruzione di Jedha. 

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È vero che durante la distruzione di un pianeta immaginario mi sento annichilita, e quando un sito archeologico millenario viene fatto esplodere a beneficio di Youtube fatico a provare qualcosa che non sia soprattutto un indefinito dispiacere; ma questo non significa che mi commuovo per il falso e annoio per il reale. O quantomeno non significa che sento di meno: è che senza ciò che è convenzionalmente falso, il reale non riesco a capirlo, e viceversa. L’empatia nasce in un dominio per essere esercitata in un altro.

Senza ciò che è convenzionalmente falso, il reale non riesco a capirlo, e viceversa.

È almeno dall’Undici Settembre che la diretta di un’esplosione o di un bombardamento non fa pronunciare la frase «sembra un film» e che le proporzioni tra cronaca e finzione si sono ricombinate fino a determinare non una separazione tra virtuale e reale, ma una sorta di realismo aumentato che non ha nulla a che fare con gli effetti speciali o i videogiochi: è una sorta di contiguità tra due dimensioni parallele, molto simili, che sanguinano costantemente l’una nell’altra.

Negli ultimi tempi, la vita del mondo occidentale somiglia a una versione softcore e politicizzata di Inception, fatta di spionaggio e muri che spuntano all’improvviso, squilibri climatici e sequenze apocalittiche. La sensazione è di essersi orientati in un mondo spossante, ma in cui è necessario continuare a muoversi, perché più dettagli si rubano al sogno, alla finzione e alla notte insonne, più dinamiche ingiuste si combattono nel reale, o in quella cosa che ci succede tutti i giorni.

Tutto questo, nell’anno in cui Christopher Nolan abbandona viaggi intra-dimensionali e paradossi post-moderni per un film bellico, Dunkirk: sapere com’è fatto un cacciabombardiere sta diventando davvero una circostanza morale.

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CLAUDIA DURASTANTI, scrittrice e traduttrice nata a Brooklyn nel 1984. Ha scritto di musica e libri per Il Mucchio e altre testate. Ha tradotto Il fantasma del sabato sera (minimum fax 2012) e il romanzo d’esordio di Nickolas Butler, Shotgun Lovesongs (Marsilio 2015). Il suo ultimo libro è Cleopatra va in prigione (minimum fax 2016). Vive a Londra.
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