Il romanzo italiano contemporaneo somiglia a uno zoo, infestato com’è da rettili, rapaci e mammiferi boschivi.

Film Still © Parts & Labor LLCPulse Films LimitedThe British Film InstituteChannel Four Telev

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Mancano ancora i ratti e i roditori. A volte a Dalston passa qualche modella o musicista con un topo da compagnia sulla spalla, e mi chiedo se non averne uno a mia volta sia un segno di insufficienza artistica. A parte questo, tutto quello che so sui topi ha a che fare con la disavventura di una quindicenne romana che un mio amico volontario andava a trovare in ospedale: aveva contratto un’infezione dalla pipì dei ratti dopo che il fidanzato più grande le aveva ordinato di buttarsi nel Tevere.

Mi sono chiesta spesso che tipo di uomo potesse convincerti a fare una cosa così malsana e attrarti in certe acque oscure. Dopo aver visto Shia LaBeouf in American Honey di Andrea Arnold, penso di aver trovato una risposta.

Vale la pena iniziare a parlare dell’uso formale di Rihanna nel cinema su una certa gioventù.

La protagonista del film si chiama Star ed è una ragazza che vive arrangiandosi prima di incontrare una mag crew e farsi assumere come venditrice porta a porta di riviste, dormendo nei motel lungo la strada e viaggiando in un furgoncino con altri cast-offs come lei.

Questo succede nei primi dieci minuti del film, quando Jake (Shia LaBeouf) la conquista ballando We found love di Rihanna in un supermercato in quella che è la scena cinematografica più bella del 2016: per la goffaggine del balletto, per il modo in cui il corpo di lei a distanza risponde, per l’inevitabile eco generazionale della canzone. (Considerato che i due hanno intrecciato una breve relazione anche fuori dal set, guardarli suscita un po’ lo stesso effetto del video di Henry Lee in cui Nick Cave e PJ Harvey si sono innamorati in presa diretta).


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Dopo una sequenza così significativa, e dopo la scena di Girlhood di Celine Sciamma in cui le protagoniste cantano per intero Diamonds in una stanza d’albergo della periferia francese – quasi un video all’interno del film -, vale la pena iniziare a parlare dell’uso formale di Rihanna nel cinema su una certa gioventù; un uso intimo e antropologico, diverso da quello demenziale che Harmory Korine fa di Britney Spears in Spring Breakers.

Ma questo forse è solo perché American Honey di Andrea Arnold assomiglia di più alla discografia di Rihanna che ai film di strada di Gus Van Sant o a Kids di Larry Clark a cui viene accostato quasi d’ufficio. Non a caso la regista ha un passato da ballerina e da performer; a scuola eseguiva passi di danza recitando i versi di Anna Frank.

Arnold si è emancipata dal realismo sociale dei primi film, in cui la sua working class era calata in un ecosistema più atmosferico che politico, per fare un road movie americano in cui pozzi di petrolio che ardono al buio e calabroni e tartarughe liberate nell’acqua hanno la stessa importanza simbolica della protagonista, con una tattica silenziosa e un po’ mistica da documentario o (per i detrattori) da videoclip.

Anni fa, Rachel Aviv scrisse un pezzo sul New Yorker intitolato Netherland in cui raccontava il destino degli adolescenti omosessuali scappati di casa che dormivano sulle carrozze della metropolitana di New York. Stando ad Aviv preferivano i tragitti più lunghi, quelli delle linee A, C ed E – i ragazzi lo chiamano Uncle Ace, che è anche il titolo di un pezzo di Blood Orange – e si alternavano in ostelli dove le chance di emancipazione si riducevano man mano, ma che permettevano loro di creare delle nuove famiglie urbane, fragili e salvifiche.

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Era lo stesso mondo che emergeva dalle canzoni di Perfume Genius, fatto di marchette, glitter e cameratismo da tossici, e che dopo anni di assenza andava riapparendo in modo quasi brutale nei libri come al cinema. Di film indipendenti su queste storie se ne fanno ogni anno, ma dopo il ciclo Clark/Van Sant negli anni Novanta (o la parentesi JT Leroy) è come se ci fosse stato uno iato, e certi Peter Pan da parcheggio sono stati sostituiti da una lunga successione di pellicole di culto dedicate a tematiche meno estreme: adolescenti che restano incinte e parlano da un telefono a forma di hamburger, ragazze che confessano di amare gli Smiths in ascensore; film in cui era tutto più o meno pastello e in cui ogni canzone veniva ancora identificata come indie senza che la parola generasse imbarazzo.

Poi Andrea Arnold ha letto un pezzo sul New York Times e tutto è ricominciato. L’articolo parlava di mag crew – le gang di venditori di riviste porta a porta, perlopiù ragazzi poveri o scappati di casa che girano l’America e fanno festini, rischiando le percosse del manager se non vendono abbastanza – e Arnold ha deciso di farci un film, in maniera programmaticamente disorganizzata: ha reclutato quasi tutto il cast per strada, nei parcheggi del Walmart o alle pompe di benzina. La protagonista, Sasha Lane, l’ha trovata su una spiaggia durante lo spring break.

Screengrab Youtube/A24

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È un metodo abbastanza comune quando si tratta di fare film di questo tipo – il caso di Kids fu eclatante – e che dà i suoi risultati. American Honey è un film rozzo, viscerale e poetico, senza i filtri giusti e l’adolescenza bianca, efebica, mai meno che piccolo-borghese di Sofia Coppola, che per The Bling Ring pure si ispirò a un episodio di cronaca larger than life quasi quanto le mag crew.

Andrea Arnold ha fatto un film di ragazzini queer, che vanno in giro con i roditori sulla spalla, hanno dread fuori moda e indossano bikini con la bandiera confederata; che sono white trash e si vestono da white trash per vendere abbonamenti a persone più povere di loro.

E soprattutto ascoltano musica, da Ludacris al country zuccheroso di Lady Antebellum, ragion per cui il film è appunto un musical neanche poi tanto camuffato, la cui bellezza deve molto all’ingenuità volgare delle musiche di cui è composto. Ascoltare rapper che parlano di gang bang, soldi e canne per quasi tre ore attraverso lo stereo di un furgone rimanda subito a quel clima da gita scolastica, in cui si creano improbabili alleanze e a un certo punto verso la fine la noia lascia il passo alla nostalgia.

Nonostante la fotografia, non c’è un solo minuto di American Honey in cui allo spettatore venga in mente l’espressione meth chic.

Se American Honey diventerà un film di culto è perché da Clark e Korine prende la fragilità ma non la disperazione, e nonostante la fotografia e una luce molto bella, non c’è un solo minuto in cui allo spettatore venga in mente l’espressione meth chic. Privo di denuncia e opportunismo, e affidato alle interazioni anche negative dei suoi attori – alcuni hanno raccontato di aver subito vendette e scherzi da collegio durante le riprese, altri venivano dal carcere o da esperienze in prima persona con le mag crew – a tratti il film suscita lo stesso effetto delle sedute degli alcolisti o narcodipendenti anonimi, quando la cronaca degli eccessi viene intervallata dal racconto stucchevole dei sogni dei presenti.

Screengrab Youtube/A24

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Caricata su un camion da un autista che si intenerisce per la sua condizione, Star canta Dream Baby Dream di Bruce Springsteen e confessa cosa desidera davvero: una roulotte parcheggiata in mezzo agli alberi e tanti bambini. Più tardi, Shia LaBeouf le dirà che la vita da rappresentante porta a porta gli serve per guadagnare abbastanza e comprare una casa in mezzo ai boschi e vivere una vita in armonia con la natura.

I film di Van Sant non erano esenti da una certa tenerezza, ma in pellicole di quel tipo la vita di strada era fatta di marchette, HIV o violenze sessuali; l’esibizione del proprio corpo aveva sempre certe conseguenze. Come in Victoria di Sebastian Schipper, invece, la fisicità di Star non degenera mai in uno stupro nonostante lo spettatore se lo aspetti. Nell’unica scena davvero cruda del film, è lei a esercitare controllo sul proprio corpo e a contrattare un prezzo per ottenere quello che vuole, mortificando il suo interlocutore.

Potrà non piacere, ma una scena del genere apre uno squarcio su un modo diverso di fare sesso o vivere per strada, non necessariamente tragico. Allo stesso tempo, dopo tutta questa rilassata disinibizione, l’obiettivo resta comunque la famiglia: tra roditori e innamoramenti fatali, metanfetamina e canzoni country, Andrea Arnold ha fatto un film complesso e picaresco, senza far capire se si tratta di conformismo o di rivoluzione.

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CLAUDIA DURASTANTI, scrittrice e traduttrice nata a Brooklyn nel 1984. Ha scritto di musica e libri per Il Mucchio e altre testate. Ha tradotto Il fantasma del sabato sera (minimum fax 2012) e il romanzo d’esordio di Nickolas Butler, Shotgun Lovesongs (Marsilio 2015). Il suo ultimo libro è Cleopatra va in prigione (minimum fax 2016). Vive a Londra.
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