Recensioni, dispacci e diagnosi dall’Altroquando. Gorgo è una rubrica senza scheletro figlia soltanto dei guizzi d’umore di Alessandro Gori – papà del blog Lo Sgargabonzi, romanziere di vaglia, bifolco. Salone del Libro

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Nel 1997 stavo per finire il Liceo Classico. Non ero mai stato bocciato né rimandato, ma l’avrei concluso con un ringhiante gravemente insufficiente all’orale di italiano, che ancora fa storia fra quegli androni. Dissi alla professoressa che «Carducci era un moralista del cavolo» e mi pareva di aver detto chissà che.

Trainspotting (1996)

Trainspotting (1996). Screengrab

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Uscii dall’aula convinto di averli sconvolti tutti. La verità è che studiare non m’era mai piaciuto, nemmeno quando ero il primo della classe, alle elementari e alle medie. Oltre a questo, mi ero depresso perché avevano bocciato il mio miglior amico Gianluca Cincinelli per un gioco psicologico fra me e lui andato a finire male. In pratica aveva chiesto di andare in bagno e invece era andato dall’altra parte della città a comprare un pacchetto di caramelle Charms documentandomi l’acquisto con uno scontrino.

Rientrando in classe molto dopo, tutto sudato, sconvolto e col fiatone, la prof. gli chiese cosa avesse fatto. E lui: «Niente, è che dal bagno a qui ho corso».

Proprio in tributo alla sua ingiusta non ammissione alla Maturità che il programma di Letteratura Italiana me l’ero studiato in piscina, giusto i giorni prima prima dell’esame, su un Bignami acconcio fornitomi dal Cincinelli che tanto era bocciato. E lo sfogliavo oziosamente fra uno scivolo e un bel Solero Algida, fra uno Street Fighter II e un tuffo di pancia. Credo che questo fregarmene derivasse anche dalla recente visione di Trainspotting. Primo film che vedevo al cinema in volontaria e ascetica solitudine nella mia vita. Io non avevo mai fatto uso di droghe, né le avrei mai ingurgitate anche in seguito, però anche io volevo sentirmi Renton. O come minimo Pete Doherty. Per quanto un Pete Doherty grasso e spaventato.

Ho sempre trovato Trainspotting il più film clamorosamente britpop degli anni ’90, pure se i Gallagher mancano nella colonna sonora.

Da appassionato degli Oasis, ho sempre trovato Trainspotting il più film clamorosamente britpop degli anni ’90, pure se i Gallagher mancano nella colonna sonora. L’impatto che ha avuto nel cinema dell’epoca è lo stesso di Definitely Maybe nella musica. Facciamo un riassunto: a metà degli anni ’90 la musica inglese spazza via l’elettronica e le influenze americane. Via la Thatcher, polverizzati tutti gli anni ’80, durati purtroppo per gran parte dei ’90 e ripiombati subito dopo. Gli inglesi tornano a sventolare l’Union Jack, a imbracciare le chitarre e a far quadrare le canzoni come ai bei tempi che furono. Beatles, Kinks, Rolling Stones.

Allo stesso modo, Trainspotting è un film sulla droga eppure lucidissimo, divertente, verticale, “sgangherabile” e fatto apposta per diventare un cult inanellando scene madri come fossero singoli di successo. Esattamente come le dieci tracce di (What’s The Story) Morning Glory, anche Trainspotting è composto da intro, strofa, strofa, ritornello, strofa, inciso, ritornello, ritornello, outro.

Lontano dai film sulla droga veristi e votati alla povertà produttiva, penso agli italiani Amore Tossico, Pianoforte e Bambulé. Lontano anche da quelle pellicole orizzontali e ambient che sarebbero venute poi, penso a Enter The Void di Gaspar Noé. A distanza di sicurezza anche dal progressive in salsa road movie di Paura e Delirio a Las Vegas, Trainspotting è un film di rara intelligenza e insieme furbizia, un’aggressione visivo-sonora continua, una pellicola divertente fino all’isteria e in cui quando la morte piomba s’avverte più forte che in mille lacrimarelli sul tema.

Trainspotting 2 (2017)

Trainspotting 2. Screengrab Sony Pictures UK / Youtube

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Vent’anni dopo ecco il suo seguito. Mi vengono in mente i sedici anni trascorsi fra il capolavoro di Pupi Avati Regalo di Natale e il pur notevole Rivincita di Natale. Anche lì c’era un gruppo di apparenti amici, una dipendenza, una valigia piena di soldi e un colpo perfetto. Noi fan di quella partita a poker interrotta il giorno di Natale del 1986, ci trovammo nel 2002 davanti ad “come eravamo” stordente e atipico, perché la Rivincita cambiò del tutto genere. Mentre il primo film era un dramma da camera, il secondo era un giallo dall’intreccio molto fitto in cui si doveva capire chi avrebbe tradito chi.

Mi vengono in mente i sedici anni trascorsi fra il capolavoro di Pupi Avati Regalo di Natale e il pur notevole Rivincita di Natale.

Lo stesso avviene in Trainspotting 2, che prende la commedia sfrenata del primo film e la vira al thriller, quasi al revenge movie alla Tarantino. Una pellicola quasi di genere ma molto amara, che ti racconta come il punk dell’originale sia oggi diventato una griffe orizzontale a tutto e che quindi fa calma piatta. Proprio come Cigarettes & Alchool degli Oasis sarebbe diventata Vlad The Impaler dei Kasabian. 

E quasi si rimpiange chi nel primo film sceglieva il lavoro, la famiglia e un maxitelevisore del cazzo. Trainspotting 2 è costellato di autocitazioni. C’è un nuovo immancabile (e un po’ prevedibile) monologo di «Scegli la vita», attualizzato all’epoca dei social network e dello slow food. C’è Renton che quasi investito si appoggia al cofano e sorride all’investitore. Ci sono i flashback fuori fuoco. C’è una visita sulla tomba di Tommy. C’è un’intro di Born Slippy che pare ogni volta che attacchi e (dolorosamente) non attacca mai.

E vengono i brividi quando Renton torna nella camera della sua adolescenza, mette un disco appena il tempo per staccare dopo una frazione di secondo di Lust for Life ed è allora che nella nostra testa si apre violento uno squarcio di cosa eravamo vent’anni fa e come ci sentivamo.

Trainspotting 2, una scena dal film

Screengrab Sony Pictures UK / Youtube

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T2 non cita invece l’originale nella regia, che bandisce grandangoli e distorsioni e si rifugia in innesti postproduttivi un po’ passivi, senza avere la forza del capostipite né l’impatto scioccante (ma quello sarebbe impossibile). Questa volta non si esce dal cinema frastornati, sofferenti ed eccitati, ma coi volti pensosi e le dita sotto al mento di chi ha apprezzato la scelta autoriale del film. Chi dava per scontato un fan service troverà infatti una pellicola molto personale e molto poco piaciona. Peccato che l’ispirazione di Boyle sia a corrente alternata e si rifugi troppo spesso in cul de sac di melenso che erano del tutto estranei all’originale, che invece traeva forza dall’attrito fra il suo essere cinico e insieme fortemente morale.

Si poteva fare di più anche con lo sviluppo dei personaggi, Renton escluso, che invece troneggia come l’Abatantuono di Avati. Ma vedere entrare in scena Spud scisso fra missioni simpatia e missioni commozione è, anch’essa, una scelta pesante e passiva. Cosa che Avati non ha fatto con Haber (Spud) e Cavina (Sick Boy), nel seguito del suo Trainspotting da salotto Mondo Convenienza con la spedizione gratuita. 

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LO SGARGABONZI è un papero bianco con becco e zampe verdi fluorescenti. Solitamente indossa un cappellino della Saclà e una felpa in pile ma senza pantaloni. Scrive su Linus, con fuori|onda ha pubblicato Le Avventure di Gunther Brodolini, Bolbo e Il Problema Purtroppo del Precariato. Porta in giro il suo spettacolo Lo Sgargabonzi Live e i giorni pari è di dialisi.
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