Recensioni, dispacci e diagnosi dall’Altroquando. Gorgo è una rubrica senza scheletro figlia soltanto dei guizzi d’umore di Alessandro Gori – papà del blog Lo Sgargabonzi, romanziere di vaglia, bifolco. Nanni Moretti

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Ero appena uscito da quell’incubo lynchiano che era il Liceo Classico aretino degli anni ’90, un intingolo di Opus Dei, perifrastiche passive e punizioni corporali.

Nanni Moretti in Bianca (1984)

Nanni Moretti in Bianca (1984)

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Per una volta nella vita avevo perso un sacco di chili e per la sicurezza acquisita portavo cappellini mediorientali comprati a qualche banchino di Arezzo Wave. Delle culture diverse dalla mia me ne importava una bella sega (io sono polinesiano purosangue), solo che perdendo i capelli me li ero rasati a zero per non dover fare il conto alla rovescia. Magari col cappellino appaio pure figo, pensavo, tipo un illuminista, un mezzo pazzo. E invece no, che io quando ho il cuoio capelluto a contatto col tessuto sgorgo questa specie di resina della morte.

Comunque era estate ed ero felice come un bimbo perché Nanni Moretti, il mio regista preferito, stava per venire nella mia città. Ero da sempre appassionato di cinema e Bianca era il mio film di culto, quello che mi aveva convinto che nella vita potevo continuare tranquillamente ad essere un moralista, bastava che facessi ogni tanto degli scatti da matto. Avevo sempre pensato che io e Nanni Moretti amavamo e odiavamo le stesse cose e se mai ci fossimo incontrati ci saremmo piaciuti e subito diventati grandi amici. E così, per accelerare la cosa, decisi di scrivergli una bella lettera, che gli avrei consegnato “brevi manu”.

Non era una lettera facile, perché doveva servire a spiegargli per iscritto come mai ero una sorta di suo gemello separato alla nascita. Visto che nei suoi film non c’erano i computer e pensavo che se avesse letto qualcosa di scritto col mio bravo IBM PS/1 l’avrebbe cestinato al primo rigo, mi armai di foglio a protocollo e biro nera.

Bianca era il mio film di culto, quello che mi aveva convinto che nella vita potevo continuare tranquillamente ad essere un moralista, bastava che facessi ogni tanto degli scatti da matto.

La missiva partiva con una distaccata attestazione di stima, poi dopo un po’ di righe c’era il mio numero di telefono se preferiva parlarne a voce, quindi si concludeva con un invito a farmi sapere se gli andava di venire con me al mare a Milano Marittima perché i miei genitori dovevano prenotare all’Hotel Rosen Garden e in caso mezza pensione o si mangia lì pranzo e cena? Io consigliavo la prima opzione così saremmo stati più liberi in spiaggia. E lo affrettavo a farmi sapere, se no mi metteva nei casini anche col mio amico Palazzi a cui avevo già dato una mezza parola.

Chiusi quella lettera e partii per il Supercinema, dove si sarebbe tenuto l’incontro. Arrivai sul luogo ore prima, perché immaginavo una calca clamorosa e invece c’ero solo io e un gatto grigio. Quando chiesi al proiezionista come mai, mentre spostava il cartellone di Titanic e lo sostituiva con quello de I Diari della Sacher mi rispose semplicemente: «Perché la gente c’hanno anche due minutini da lavorare eh!». E così rimasi lì, fedele e certo come una guardia svizzera. Ma tanto che dovevo temporeggiare mi fiondai da Vieri Dischi per vedermi un po’ di cd usciti di recente. E comprai Il Dado di Daniele Silvestri, un singolo dei Fool’s Garden che mi mancava ma, tanto che c’ero, perché non regalare qualcosa a Nanni? Scelsi la mia colonna sonora preferita, quella de Il Fantasma del Palcoscenico di Brian De Palma. Mi feci fare un bel pacchettino, lo misi in una bustina Intimissimi che avevo appallottolata in tasca e ci aggiunsi anche la lettera. Il tempo di spararmi giù per il gargarozzo una fiammante pizza al taglio e tornai al Supercinema.

Nanni Moretti - foto Flickr/Cinemazero #1

Via Flickr/Cinemazero

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La gente iniziava ad arrivare e nel chiacchiericcio generale era tutto un sottofondo di citazioni. «Continuiamo così… facciamoci del male» e giù risate, «dì qualcosa di sinistra» e piccoli abbrivi polemici, «le parole sono importanti» e mugugni di equosolidale approvazione. Appena aprirono la sala la folla entrò e io con essa. Mi dirottai in primissima fila, poltrona centrale e m’inchiodai lì, sospettoso che me la fregassero pure se ci tenevo appoggiato il cappellino mediorientale. Ero un grassone di merda con un cappellino mediorientale glassato di resina, un involtino di tutti i tic possibili, sudato, impaurito dal mondo, con un gilè che mi aveva fatto mia mamma e con in mano un sacchettino farcito di patetismo che muovendomi faceva tutto fffrrrr… fffrrrr.

Nanni Moretti arrivò. Altero, cazzuto, gioiosamente antipatico e senza resine. Salì sul palco insieme al classico imprenditore orafo aretino in quota Anicagis appassionato di film di cazzotti che lo avrebbe intervistato e alla prima domanda già lo interruppe: «Le luci dovrebbero essere rivolte al palco, non al pubblico». E il pubblico di braccianti chianini in tripudio come se avesse detto una cosa che pensavano tutti fino a quel momento e non avevano avuto il coraggio di dire perché temevano le deportazioni.

Parlò di questo progetto di adrenalinici videodiari di senzatetto, immigrati e donne vittime di violenza co-prodotto con Angelo Barbagallo della Sacher e si lamentò che il suo socio non c’era perché accampa sempre delle scuse per non spostarsi. E così lo chiamò al cellulare, davanti a tutti, facendogli un umiliante ma divertente cazziatone come quello che fa al critico di Caro Diario. E Barbagallo sottomessissimo.

Fu allora che l’intervistatore avvicinò il microfono al cellulare ma Moretti glielo allontanò con un gesto stizzito, perché in questo modo gli spezzava la gag, rivelando al pubblico che dall’altra parte del telefono non c’era nessuno. Il pubblico aretino si fece riconoscere per la sua storica lucidità: appena partì un corto totalmente fuori fuoco, per lamentarsi diversi urlarono al proiezionista: «Voceeeee!».

Nanni Moretti - foto Flickr/Cinemazero #2

Via Flickr/Cinemazero

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A un certo punto, vedendo molte persone rimaste in piedi, Moretti si lamentò della sala piccola che gli avevano proposto: «Ma non avete altri cinema ad Arezzo?». Effettivamente era pieno di gente e ci si chiedeva come mai non fosse andato al cinema Corso, stessa gestione ma più grande. Un assessore dietro di me raccontava al suo vicino che gli avevano effettivamente proposto il Corso, ma Moretti aveva detto di no temendo che sarebbero rimasti dei posti vuoti e preferendo un cinema più piccolo ma pieno e con gente in piedi o che addirittura rimane fuori e lui può fare la scena della sala troppo piccola.

«A me non è piaciuto. Neanche Michael Haneke mi piace. È uno che gode a far star male il pubblico».

Durante tutta la serata, qualsiasi cosa dicesse, io facevo di sì con la testa sperando che mi notasse ma senza risultato. Finì l’incontro e lo raggiunsi in tutta velocità. Me lo trovai davanti: bellissimo, fulvo e altero. Gli dissi subito che ero un suo grandissimo fan e che fra tutti ero quello che forse più l’aveva capito. Mi aspettavo lui che annuiva come fanno i giornalisti di cronaca nelle interviste per incoraggiarti a pigliare qualche bella querela accusando un albanese, invece rimase fisso e stolido tutto il tempo come neanche Sergio Cusani davanti ad Antonino. Per cercare di strappargli un cenno d’assenso iniziai a snocciolargli un sacco di riferimenti sottilissimi ai suoi film, recitando battute minori imparate a memoria, di solito momenti di scene tagliate viste su dvd. Mi interruppe solo quando gli citai il personaggio del regista Tito Cimino di Sogni D’Oro: «Si chiama Gigio. Gigio Cimino». E io subito mi scusai.

Vedevo che aveva pena per lo spettacolo che gli stavo facendo davanti e quindi volli dimostrarmi uno capace anche di pensieri propri. Quindi gli mossi delle lievi critiche per la sua distruzione del film Harry Pioggia di Sangue in Caro Diario. Gli chiesi se ce l’aveva col film di McNaughton o solo con un certo tipo di critica. Mi rispose: «No no, proprio col film». E io gli spiegai che il film era un ineccepibile lavoro da entomologo, chirurgico e morale e sarebbe dovuto piacergli per forza. Mi rispose: «A me non è piaciuto. Neanche Michael Haneke mi piace. È uno che gode a far star male il pubblico».

E io, sconvolto, gli dissi che Michael Haneke era uno dei miei registi preferiti e gli consigliavo di approfondirlo fuori dai cliché, perché doveva piacergli per forza. Ma lui si limitò a dirmi: «Guardi, non è che ce l’ha prescritto il dottore che dobbiamo pensarla alla stessa maniera. La saluto».

Via Flickr/Cinemazero

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Fu allora che come gesto disperato gli consegnai il sacchettino con la lettera e il cd impacchettato. Lo guardò come se gli avessi passato un sacchettino per l’astomia, prese il pacchetto del cd e mi chiese cos’era. E io, per fare il simpatico: «Un maglione». Non rise, ma in compenso aprì subito la busta, non per leggere la lettera ma per controllare che non ci fosse niente di strano. «Magari c’è una tangente ahahah» disse, rivolgendo uno sguardo divertito alla gente intorno che esplose in una risata fragorosa e in un applauso alla moda di Broadway. Poi la stessa folla lo inghiottì per farsi autografare le tazze di Palombella Rossa.

Tornai a casa molto mesto, ma mi piaceva immaginarmelo in hotel, a leggersi con calma quella lettera e chiamarmi nella notte un po’ ricreduto. Rimasi accanto al telefono di casa fino all’alba, sicuro che non mi avrebbe mai chiamato. Anche se nella lettera avevo scritto il numero del telefono fisso apposta, perché i cellulari immaginavo gli stessero sul cazzo. E probabilmente avrebbe attaccato pure sapendo che il fisso era in realtà un cordless. Ma si sarebbe accorto anche di un telefono fisso di design.

Verso le sei di mattina, disilluso e stanco, decisi di andare a letto. Mentre entravo sotto le coltri il telefono squillò! Mi gettai sulla cornetta col cuore che mi batteva e le lacrime agli occhi e urlai «PRONTO!». Erano i Carabinieri, avevano trovato mio padre impiccato. Era molto malato e non ce l’aveva mai detto.

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LO SGARGABONZI è un papero bianco con becco e zampe verdi fluorescenti. Solitamente indossa un cappellino della Saclà e una felpa in pile ma senza pantaloni. Scrive su Linus, con fuori|onda ha pubblicato Le Avventure di Gunther Brodolini, Bolbo e Il Problema Purtroppo del Precariato. Porta in giro il suo spettacolo Lo Sgargabonzi Live e i giorni pari è di dialisi.
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